Inter, falli… Reds! Arriva a San Siro un Liverpool in crisi, Chivu punta agli ottavi senza playoff

A San Siro sbarca la squadra di Slot, in difficoltà e alle prese con il caso Salah. I nerazzurri recuperano tutti e, soprattutto, hanno la ThuLa nella forma migliore

Tempo di storie europee, tempo di grandi svolte. E pazienza per il contro-sorpasso del Napoli, che è tornato primo in Serie A. L’Inter prova ad alzare il livello, cavalcando la scia della roboante vittoria contro il Como e l’effetto San Siro che l’ha spinta spesso oltre i propri limiti: il Liverpool, incendiato da risultati altalenanti e dalla rumorosa polemica innescata da Mohamed Salah, è un test di qualità ed efficacia che Chivu aspetta con serena trepidazione, se perdonate l’ossimoro. Perché il bivio stavolta è un’occasione, più che uno spauracchio. L’eventuale vittoria eliminerebbe “la maledizione degli scontri diretti”, come direbbe l’allenatore in riferimento alle quattro partite che ha perso contro le grandi squadre in Italia e in Europa, e soprattutto avvicinerebbe di molto la qualificazione diretta agli ottavi di Champions League, traguardo per niente scontato in una competizione ricca e incerta. 

Il ko di Madrid, maturato per colpa di una disattenzione al minuto 93, ha ritardato il verdetto ma non sconquassato la classifica: l’Inter è quarta, quindi in piena zona nobile, con 12 punti. Lo scorso anno per entrare tra le otto privilegiate ne sono bastati 16. Significa che mancano una vittoria e un pareggio nelle ultime tre giornate (dopo il Liverpool, arrivano Arsenal in casa e Borussia Dortmund fuori) per ottenere il pass desiderato, che accorcia il tracciato europeo di due spigolosissime tappe intermedie (i playoff) costate carissime a Juventus, Milan e Atalanta nell’edizione 2024-25. 

Vice Modric, ma non solo: tutto quello che può fare Jashari in questo Milan

A Roma lo svizzero ha dato segnali importanti nel ruolo di Luka Modric, e Allegri lo immagina anche da mezzala.

Luka Modric ha trovato il suo alter ego. E ovviamente non serve scandalizzarsi perché nessuno pretende di affermare che Ardon Jashari valga quanto il croato. C’è, semplicemente, una verità più banale: lo svizzero ha dimostrato di essere in grado di giocare davanti alla difesa con idee chiare e grandi margini di crescita. Offrendo quelle risposte che Allegri cercava in quella zona del campo.

Lo attendevano tutti, con molta curiosità perché Ardon – assieme a Nkunku – è stato il giocatore più caro del mercato estivo rossonero e durante il precampionato aveva già sparpagliato indizi importanti in termini di personalità e piedi bivalenti: adatti a impostare ma anche a proteggere. Non è un caso che il Diavolo lo abbia corteggiato a lungo. Ricordate? Con il Bruges è stata una telenovela infinita, con rilanci e controproposte che ormai viaggiavano sul filo dei centesimi.

E con lui che non si limitava a osservare: si è praticamente messo fuori rosa da solo pur di trasferirsi a Milanello, e a un certo punto il club belga ha dovuto dirgli di sì. Jashari fa parte del reparto che è il fiore all’occhiello del Milan. Allegri lì in mezzo ha un’abbondanza rara, che altrove non c’è, e soprattutto ha tutti giocatori uno diverso dall’altro. Jashari non fa eccezione: non c’è nessuno come lui in rosa. E può sistemarsi ovunque. In Belgio giocava soprattutto da interno nell’ambito del 4-2-3-1 ma per caratteristiche e attitudini può fare anche la mezzala e, come si è visto all’Olimpico, il play davanti alla difesa.

La cosa più bella della sua partita a Roma è stato il lancio per Estupinan, che poi ha regalato a Leao l’occasione più ghiotta della partita: un passaggio teso di oltre venti metri che ha tagliato fuori tutta la fase difensiva laziale e che a molti ha ricordato Pirlo. Ardon è di lotta e di governo. Quando il pallone è ancora in viaggio verso di lui ha già alzato la testa per capire se dovrà proteggerlo dalle incursioni avversarie o pensare soprattutto a trovare il compagno più adatto su cui smistarlo. Non ha un fisico da corazziere ma si fa fatica a spostarlo.

La rincorsa di Chiesa, eroe di Anfield per un gol salvato

Una lunga rincorsa, poi il recupero del pallone sulla linea di porta. Tutto al 94′. Così il Liverpool ha evitato la 7ª sconfitta di un campionato sciagurato. E Federico la parte migliore del suo passato.

Mercoledì sera è piombato un filmato dall’Inghilterra. Liverpool-Sunderland, Premier League. Lo abbiamo riconosciuto subito: quello è il nostro Federico Chiesa, finalmente in gioco. Guarda come vola in campo aperto, imprendibile, tipo quella notte a Wembley quando sfilammo il titolo europeo dalla tasca dei padroni di casa e inventori del gioco. Ci vuole un attimo per realizzare un dettaglio: Fede non sta correndo verso la porta nemica, ma verso la sua… Come certi vecchietti che imboccano l’autostrada contromano. 

Cosa succede? Succede che al 94’, sull’1-1, Roefs, portiere del Sunderland, sorprende i Reds sbilanciati con un lancio lunghissimo che libera Isidor in una metà campo deserta. Anfield si prepara a piangere la 7ª sconfitta di un campionato sciagurato. Ma Chiesa si ingobbisce, rincorre l’avversario, lo rimonta, vola alle spalle di Alisson uscito dai pali e salva sulla linea. Lo stadio esplode, i compagni lo abbracciano, il telecronista urla: “What a save!”. Eroe per un gol evitato, lui che era arrivato per farli. Non importa. Si è sentito utile alla squadra e questo lo ha fatto sorridere, finalmente, anche se è entrato solo all’83’. Quella feroce volata all’indietro è il senso del suo sofferto presente, non rincorreva solo Isidor, ma anche il Chiesa che è stato, la parte migliore del suo passato, sui versi di Dietrich Bonhoeffer, poeta e teologo tedesco: “Oh, se sapessi dov’è la strada che torna indietro, la lunga strada per il paese dei bambini…”. Questo gli auguriamo, non i gol, la Nazionale o il Mondiale, ma la serenità di uomo e la gioia dei bambini che giocano.

Inter, Pio Esposito è già bomber totale. Dalla Serie A alle coppe

In nerazzurro si è sbloccato in tutte le competizioni e la sua esultanza è diventata iconica. Fa festa anche Diouf.

Non era in dubbio il se, ma soltanto il quando. Ed è accaduto ieri, in un San Siro mezzo vuoto, eppure assai divertito dai frizzi e dai lazzi di questa allegra Inter B. Pio Esposito ha finalmente potuto esultare, vestito di nero e di azzurro, davanti alla sua gente, meno numerosa rispetto al solito: il primo gol in Coppa Italia è anche il primo urlo casalingo del 20enne predestinato, un traguardo assai atteso da queste parti dopo i primi squilli a Cagliari e Bruxelles.

Il giovane leone di Chivu aveva, comunque, fatto una prova generale qui in Nazionale contro la Norvegia, ma quella rete è poi risultata effimera, perfino illusoria, vista la successiva invasione vichinga. Se la buona vena di Esposito è ormai una certezza incisa ormai nella pietra, rientra invece nella categoria delle sorprese la nuova intraprendenza del compagno che ha segnato prima di lui: Andy Diouf ci ha preso gusto a zittire i tanti scettici incontrati in questi primi mesi milanesi, i 25 milioni spesi per lui potrebbero essere stati un investimento ben oculato. Soprattutto, si sta adattando velocemente al ruolo di esterno destro nel 3-5-2: la visione di Chivu sta assumendo fattezze reali, nel futuro il francese rischia di essere definitivamente dirottato lì in zona Dumfries. 

In Diouf non c’è davvero più traccia della timidezza iniziale, anzi Diouf tenta sempre la giocata senza paure o ansie accessorie, come si è visto nella percussione coraggiosa dell’1-0 conclusa con destro incrociato: questo mancino maneggia bene anche l’altro piede, quello non suo, ed è garanzia di riuscita di questo progetto.

Un record, però, può tenerselo stretto e nessuno glielo strapperà più: Esposito è il primo interista ad aver segnato in tutte e quattro le competizioni in questa stagione. Ha iniziato a Seattle al Mondiale per Club, per proseguire in Serie A e Champions, prima di aggiungere ieri sera un timbro pure nella meno reclamizzata Coppa Italia.

Difesa a 4 e movimento “a fisarmonica”: la Juve di Spalletti prende forma

Dopo un mese dal debutto, contro l’Udinese in Coppa Italia si è visto per la prima volta il sistema difensivo che ha in testa il tecnico toscano

Primi vagiti di una rivoluzione. Quasi esattamente un mese (e sette partite) dopo il debutto di Luciano Spalletti sulla panchina della Juve, nella gara di Coppa Italia vinta contro l’Udinese si è iniziato a vedere un primo abbozzo di quella difesa a quattro che per molti sarebbe stato l’approdo naturale del tecnico toscano. Così, d’altronde, aveva vinto a Napoli, così aveva riportato la Roma prima (salvo poi convertirsi al 3-4-2-1) e l’Inter poi in Champions, così aveva conquistato la Russia con lo Zenit e i primi trofei della sua carriera nella Capitale. Così, era opinione comune, sarebbe arrivato a fare anche a Torino e l’esperimento visto contro i friulani sembra andare in quella direzione.

Schierando Kalulu, Gatti, Kelly e Cabal, Spalletti ha permesso ai suoi di muoversi “a fisarmonica”, alternando la difesa a tre e a quattro uomini. Una retroguardia, verrebbe quasi da dire, a tre e mezzo, che cambia di impostazione e di interpreti a seconda della salita dell’uno o dell’altro esterno di fascia. “Ci siamo messi a quattro soprattutto in costruzione, si è visto qualcosa”, ha ammesso l’allenatore della Juve a fine gara. Nel concreto, l’ago della bilancia è stato Kalulu, che non a caso è stato lo juventino che ha toccato più palloni (86) e che ha effettuato più passaggi positivi (76). Il suo scivolare largo sulla destra ha permesso a Cambiaso di venire dentro al campo e aiutare in fase di impostazione, con McKennie che faceva la spola tra centrocampo e supporto a David. Quando, invece, a salire era Cabal, col francese che rimaneva più basso, Yildiz poteva spostarsi più verso l’area di rigore, in quella mattonella sul vertice sinistro dell’area da cui può scatenare meglio la sua classe. E, nei rari momenti di Juve schierata a difesa della porta di Di Gregorio, si è visto quasi un 4-4-2, con il turco a ripiegare in fascia a sinistra e l’americano sulla linea del canadese.

Rocchi su Milan-Lazio: “È angolo, bastava un check di 15”. Il dialogo completo tra Collu e il Var

Il designatore sull’episodio che ha fatto infuriare i biancocelesti: “Non è rigore, ma non è mai fallo della difesa. Regolare il gol di Neres in Roma-Napoli”

Campo centrale, Milan-Lazio e il caos capitato al tramonto del match. Arbitro Giuseppe Collu, al Var Aleandro di Paolo che – per quella review ingiustificata e durata sei minuti – si farà un turno di stop per poi tornare dalla Serie B. Ecco, ma cos’è accaduto veramente nel contatto Marusic-Pavlovic con quel pallone calciato da Romagnoli che ha impattato il braccio del milanista? Collu inizialmente aveva dato calcio d’angolo, poi la chiamata al Var (considerando che sarebbe bastato un check e la conferma della decisione da campo) e il caos s’impossessa della scena finale della partita. Il designatore Gianluca Rocchi è chiaro: “Meritava un check di 15 secondi. Non è rigore, ma non è mai fallo alla difesa. La decisione giusta era calcio d’angolo”. Anche se poi è più Collu a convincersi del fallo – con maglia strattonata – di Marusic. 

Nell’audio svelato da Dazn, ecco il pasticcio. Giuseppe Collu: “Com’è?”. Di Paolo: “Sto guardando, dammi tempo, il braccio sta lì, se sta andando in porta può essere punibile. Possibile tocco di mano”. Collu calma tutti: “Stanno controllando ragazzi”. Di Paolo: “Ti consiglio una OFR per possibile calcio di rigore”. Collu va a video: “Signori, io così non controllo”. Arriva Allegri: espulso. Collu: “Ho visto ho visto c’è la procura. Devo controllare. Romagnoli vai verso la tua panchina”. Nel mentre, Var e Avar continuano la revisione ma Collu ancora non riesce a guardare perché dice a tutti di andare nella propria area tecnica per l’attesa della revisione. Di Paolo: “Ti faccio vedere la dinamica”. Collu: “Lui va in opposizione col braccio ma c’è il fallo di Marusic prima che lo trattiene. Fammi vedere anche la tempistica di Marusic. C’è la maglia tirata, io fischio fallo”. Var: “E’ una tua decisione”. Collu: “Dico che c’è il braccio ma anche il fallo prima”. Un pasticcio. Bastava un check e a errore si è aggiunto errore: non c’era il rigore e nemmeno il fallo (dinamica di un duello). 

Roma, l’attacco non è da Champions. Il mirino torna su Zirkzee e Tel: Gasp li aspetta a gennaio

I numeri non mentono e dicono che per puntare al ritorno in Champions League la media gol non è sufficiente. Così Gasp si aspetta due rinforzi già a gennaio.

Due soli tiri in porta, di cui uno “telefonato” di Mancini nel primo tempo e quello finale di Baldanzi. La Roma non costruiva così poco in fase offensiva dal 16 marzo scorso, quando superò il Cagliari per 1-0 con l’unico tiro in porta di Artem Dovbyk. Un rendimento emblematico, per alcuni versi, che riporta d’attualità il problema dell’attacco giallorosso. Problema che sembrava essere quasi risolto dopo le partite dopo Cremonese e Midtjylland, dove i giallorossi avevano segnato in tutto 5 gol in due partite. “La squadra mi sembra abbia svoltato da un certo punto di vista, adesso costruiamo molto di più e anche meglio”, aveva detto Gian Piero Gasperini. La sfida con il Napoli ha minato quelle certezze e riproposto più di un dubbio.

La Roma in campionato ha segnato finora 15 reti in 13 partite, alla media di 1,15 a partita. Troppo poco per sognare, come dimostrano anche i numeri. Lo scorso anno, ad esempio, la Juventus quarta (ultimo posto valido per la Champions) chiuse con 58 gol in 38 partite, alla media di 1,53 a gara. E il Bologna due anni prima (quinto, sempre in Champions) ne segnò 54, alla media di 1,42. Idem tre anni fa, quando tra le prime quattro quella che segnò di meno fu la Lazio con 60 gol (media di 1,58). Insomma, per sognare di tornare in Champions bisogna fare qualcosa in più. Del resto, nei 5 campionati top d’Europa anche adesso non c’è una squadra che segni così poco come i giallorossi tra quelle che competono per la Champions. Tra le prima quattro in Inghilterra quella che ha fatto peggio è l’Aston Villa con 16 gol, in Spagna l’Atletico Madrid con 27, in Bundesliga il Borussia Dortmund con 21 e in Francia in Lens capolista con 24.

Careca: “Roma-Napoli da scudetto. Conte e Gasp top. Quando torno

L’ex attaccante: “Antonio lotterà per vincere di nuovo, ma occhio alle squadre di Gasperini. Hojlund? Ricomincerà a segnare”

Saudade: di Napoli, dell’Italia, di Maradona, d’un mondo ch’è stato il suo e suo rimane. “Ogni volta che sono qua, sono sommerso d’amore”. Antonio de Oliveira Filho è romanticamente, per chiunque, Careca, ed è un tempo che resta, scolpito nella memoria, il senso gioioso per il football, per quel Napoli che ha segnato un’epoca e anzi l’eternità.

Careca, puntualmente, ogni volta che si sfidano Roma e Napoli, si ripensa a quel suo gol nella stagione del secondo scudetto. 

E in questo giro che si è fatto in Italia, ne ha visti pure di assai belli.

“I due di Neres contro l’Atalanta ma anche quello di Scamacca, a dire il vero. Anzi, a me quel ragazzo piace proprio tanto, sarebbe da prendere per chiunque. E penso che possa servire alla Nazionale italiana”.

“Non passiamo lamentarci, l’esplosione di Estevao aggiunge qualità altissima. Calciatore pazzesco, un sinistro che seduce. Gli viene naturale tutto. E in Premier e in un club come il Chelsea puoi solo crescere. Ma la garanzia è in panchina, si chiama Ancelotti. È stato accolto in un clima vagamente critico, mentre la sua carriera avrebbe meritato solo consenso: ha vinto ovunque, ha un’autorevolezza fondata sul vissuto e, particolare non secondario, è una gran bella persona. Io di Ancelotti sono stato solo avversario in quelle sfide epiche tra Napoli e Milan, giocammo poi contro all’addio di Baresi: questo per dire che non sono condizionato nel giudizio da un rapporto diretto. Per Carlo parla il campo”.

“È un momento critico, lo dimostra l’assenza da due Mondiali consecutivi. Non è consentito saltarne un terzo, significherebbe rimanere almeno 16 anni, poi, senza una vetrina del genere, che alimenta la passione e spinge i ragazzi all’emulazione. Scamacca, che mi è piaciuto proprio tanto la settimana scorsa, si sta riprendendo proprio per gli spareggi”.

L’Inter sta con Lautaro. Chivu smonta il caso: fiducia totale nel capitano

Due sostituzioni in quattro giorni mal digerite, ma nessuno strappo: per il tecnico il capitano è centrale nel progetto e l’Inter continua a puntare su di lui.

Sessantasei minuti nel derby, settantadue a Madrid. Due volte sostituito in quattro giorni, nei momenti decisivi di un paio di partite niente male. Che sta capitando a Lautaro Martinez? La successione degli eventi è indiscutibilmente anomala, rispetto alla normale gestione della fatica. Ma non bisogna esagerare con i sospetti e le insinuazioni. Semplicemente, è cambiata l’Inter: lo scorso anno Inzaghi non poteva mai privarsi di lui, dal momento che in panchina scrutava alternative di basso rango tra riserve impigrite (Correa), attempate (Arnautovic) o sbagliate (Taremi). Oggi invece Chivu può contare su un quartetto di attaccanti di alto livello e decide di utilizzarli tutti, chi prima e chi dopo.

La società e l’allenatore non hanno alcuna intenzione di discutere la centralità del capitano, che è un professionista esemplare e in ogni allenamento dimostra un’attenzione e una fedeltà alla causa encomiabili. Chivu in particolare lo sostiene e lo stimola, anche pubblicamente, rinnovandogli stima e ammirazione. Semmai è Lautaro a dover accettare il nuovo status, che gli impone di superare i suoi stessi limiti. “Credo che non fosse contento del cambio, forse ce l’aveva con il tecnico” ha detto in diretta su Prime il portiere del triplete, Julio Cesar, che era a bordo campo a Madrid e ha una certa familiarità con gli equilibri di spogliatoio. In effetti al Metropolitano, dopo aver già accettato a malincuore di lasciare il derby sullo 0-1, Lautaro sembrava parecchio infastidito quando ha letto sul display il numero 10 colorato di rosso, rosso come un’espulsione. Ma sono dinamiche legate alla contingenza.

Chivu sta controllando una delicata transizione, che nei due impegni successivi alla sosta non è stata supportata dai risultati, e vuole sfruttare i giocatori che siano al massimo della condizione, miscelandoli con cura tra una partita e l’altra. Anche Calhanoglu, l’altro campione ingombrante, è stato sostituito due volte di fila. Non per gli errori reiterati, che per sua sfortuna sono costati i gol di Milan e Atletico, ma per un rendimento generale poco soddisfacente. Il paradosso è che Calhanoglu non è mai stato così prolifico: 6 gol già messi in cantiere non sono un’abitudine consolidata.

Rabiot: “Allegri prevede il futuro, De Zerbi ci interrogava. Mi chiamano Cavallo pazzo perché…”

Il centrocampista rossonero: “Al Milan al momento giusto, Max mi aveva detto che poteva succedere qualcosa… “

Al Milan è venuto per vincere ed è convinto di riuscirci. Adrien Rabiot non parla di scudetto e, fedele alla linea di Massimiliano Allegri, rimanda il discorso a marzo, quando la classifica sarà delineata, ma dopo aver alzato trofei al Psg e alla Juventus, è convinto di fare lo stesso anche in rossonero.

“Perché qui ci sono tutte le componenti per farlo: un club come il Milan, un bel gruppo nello spogliatoio e uno staff tecnico importante. Adesso dobbiamo lavorare settimana dopo settimana, impegnarci al massimo e sacrificarci. Per vincere bisogna dare sempre qualcosa in più, avere la mentalità che il mister ci trasmette”.

“È un vincente e mi piacciono la sua personalità, come allena, la passione che ha per il calcio e la sua ambizione. Dà sempre tutto e mi rivedo nel suo modo di pensare. Fuori dal campo poi è sempre molto positivo, fa delle battute e ci fa stare tranquilli”.

“Nel 2019 ho scelto la Juventus per lui. Lo avevo incontrato mesi prima della fine della stagione e mi era subito piaciuto. Quando sono arrivato a Torino, però, lui non c’era più (esonerato e sostituito con Sarri, ndr). Quando è tornato nel 2021 abbiamo creato un bel rapporto. Dentro e fuori dal campo”.

“Il Milan mi aveva cercato anche lo scorso anno, quando ero svincolato, e avevamo parlato. Con me la squadra sarebbe arrivata più in alto rispetto all’ottavo posto? Non lo so, ma visto quello che stiamo facendo adesso, dico che sono arrivato a Milanello al momento giusto. Il club rossonero mi voleva anche a luglio, quando ero al Marsiglia ma era difficile per me andarmene. Dopo che è successa quella cosa (l’episodio nello spogliatoio con Rowe, ndr) altre società italiane mi hanno contattato, ma io sapevo cosa volevo. Allegri mi aveva detto: ‘Vediamo cosa succede…’ e qualcosa è successo davvero. Non so come fa, ma prevede anche… il futuro (ride, ndr)”.