Amorim: “Ci serve tempo. Lo scudetto al Milan è sempre l’obiettivo. Chivu? Non lo invidio”

Il tecnico rossonero a poche ore dalla sfida con l’Inter: “Loro giocano a memoria, ma anche noi abbiamo talento. Ramos? Può essere l’uomo del match”.

Meno uno alla grande notte. Riscattare la serata di Bologna e soprattutto riaccendere le luci rossonere nel derby. L’obiettivo è dichiarato da Cardinale, sulla stessa lunghezza d’onda si schiera Ruben Amorim. “Certo, vogliamo vincere. Siamo ancora tutti arrabbiati e super concentrati”. Recuperati Gila e Rabiot (in campo), Moreira destinato alla panchina. Tomori nuovo infortunato di lungo corso: lesione al flessore (“l’allenatore è responsabile anche di questo, lo staff medico è eccezionale.

E no, non sono pentito della rosa corta”). Prosegue Amorim: “Decideremo domani sull’undici iniziale. Dobbiamo prendere l’energia da dentro di noi, è un momento speciale, una gara speciale. Anche con la stanchezza dobbiamo essere in grado di performare”. L’uomo derby potrà essere Ramos? “Vero, è lontano dall’essere determinante in area anche perché la squadra non spinge abbastanza, non ci avviciniamo molto alla porta avversaria. Spero che domani si riesca a farlo e che sia lui l’uomo del match”.

Amorim alla top Gun, altra metafora di Gerry: “Apprezzo realmente il supporto di Cardinale. Dobbiamo creare delle fondamenta solide con pazienza, sapevamo delle difficoltà che ci sarebbero state all’inizio. Quando perdiamo fa male, ma serve tempo: dobbiamo essere chiari anche con la tifoseria”. Cardinale rilancia la corsa scudetto. Amorim si allinea anche qui? Dice: “L’obiettivo c’è sempre perché come Milan dobbiamo puntare a tutte le competizioni. Ma dobbiamo anche essere realisti e pensare step dopo step. Vincere al primo anno è molto difficile ma è quello che dobbiamo prefissarci e lottare per conquistarlo, pensando sia partita dopo partita ma anche alla necessità di vincere in futuro con continuità”.

Fattore C, approccio e snobismo: attenta Inter, così rischi grosso

Il derby di sabato e il Feyenoord martedì in Champions dovranno essere affrontati con animo diverso.

Roma chiama, Milano sonnecchia. Risponde soltanto l’Inter, con molta fatica e altrettanta fortuna. Va bene che uno dei massimi godimenti dei tifosi è vincere su autogol allo scadere, ma a Venezia si è esagerato, le autoreti sono state due, di Moreno e di Halhal, nel quarto d’ora finale, agli ultimi chilometri di una partita che la squadra di Davide Nicola a un certo punto avrebbe potuto vincere, e nel caso non ci sarebbe stato scandalo. Il Venezia ha scosso una traversa, si è visto annullare due gol per fuorigioco, uno dei quali per mezza spalla, e ha fallito con Busio, a quattro passi dalla porta, la chance del possibile 1-0. L’Inter ha combinato poco.

Si è limitata a far valere la superiorità fisica e tecnica sul lungo periodo. Quando al Venezia, depresso dallo sciupio di reti, sono calate le difese immunitarie, l’Inter con cinismo ha abbattuto gli avversari. Sono bastati due cross da sinistra, uno su corner, e i relativi sfigatissimi tocchi dei difensori di casa, per racimolare i tre punti e rimanere in cima alla classifica, assieme alla Lazio. L’Inter ha vinto, viva l’Inter, ma la prestazione è stata mediocre, a Chivu non manca il materiale su cui riflettere.

Solito approccio svagato dei campioni d’Italia, una costante della prima parte di stagione: nasino all’insù, presunzione di superiorità. Per contro, Venezia sul pezzo. Nicola ha ristretto gli spazi con Sohm falso regista davanti alla difesa, più guardiano che altro. Il gioco lo sviluppavano le mezzali, Perez e Helgason, specie questi sul centro-sinistra. Esterni bloccati per una linea di fatto a cinque.

L’Inter attaccava con lentezza, si infrangeva sul muraglione arancioneroverde. Giusto sulle fasce trovava sfogo, in particolare sulla destra con Diouf, titolare della corsia, e con Thuram a sprazzi. L’Inter ha avuto un’unica vera palla gol, Carlos Augusto ha verticalizzato per Bonny, ma Filip Stankovic in uscita bassa ha detto di no. La contabilità del primo tempo ha premiato il Venezia.

Borriello: “Juve, il problema non è Spalletti: nemmeno Conte basterebbe.

L’ex attaccante di Genoa e Juventus parla della sfida di stasera a Marassi. “La seguirò dall’Egitto. Kolo con Gasperini farebbe 20 gol. Non mi piace Woltemade, è un lungagnone. Ai bianconeri manca un presidente come Agnelli. A Spalletti direi di essere meno logorroico”.

Il record di gol in Serie A col Genoa di Gian Piero Gasperini (19), lo scudetto 2012 con la Juventus di Antonio Conte, il primo del ciclo leggendario. “Seguirò la sfida di Marassi da Sharm El-Sheikh, dove sono a giocare un torneo di padel insieme a Di Biagio, Dida, Torrisi, Thomas Locatelli, Tacchinardi…”, racconta Marco Borriello, doppio ex della partita. 

La Juventus attualmente è fuori dall’Europa e Conte è a casa, libero e senza squadra: le sembra strano? 

“Sono un grande estimatore di Antonio, è un vincente e ho provato sulla mia pelle la sua forza: trasmette una mentalità pazzesca ai suoi giocatori. Però…”. 

“Non credo che Spalletti sia il problema della Juventus e di conseguenza non penso che basterebbe Conte per permettere alla Juventus di tornare a primeggiare. Parliamo di grandissimi allenatori: Luciano e Antonio sono diversi, però a livello tecnico-tattico sono entrambi fenomenali. Conte riporterebbe il dna Juve e lavorerebbe come un pazzo, ma non sono convinto che sarebbe sufficiente soltanto quello per vincere”. 

Un presidente come Andrea Agnelli. Da fuori si percepisce la mancanza del calore di Andrea, un dirigente sempre presente. La Juventus ha una proprietà storica e unica: l’attaccamento al gioiello di famiglia è evidente, anche economicamente. John Elkann è il primo tifoso e va ringraziato per i continui investimenti, non gli si può chiedere di più. Però è un grande uomo d’affari e non può essere al campo tutti i giorni.

Milan, emergenza infortuni verso il Bologna: con Loftus-Cheek ko, sono 8 gli assenti

Brutte notizie per Amorin: c’è lesione al flessore per l’inglese che rientrerà direttamente dopo la sosta.

Le buone notizie che Ruben Amorim aspettava dall’infermeria non sono arrivate: Gila, Moreira e Rabiot, assenti domenica a Udine, saranno indisponibili anche domani contro il Bologna. Anzi, a voler essere precisi la situazione è addirittura peggiorata perché contro i rossoblù il numero dei giocatori costretti in tribuna salirà da sette a otto complice il problema muscolare accusato da Loftus-Cheek a Udine: l’inglese ieri si è sottoposto a esami alla coscia sinistra che hanno evidenziato una lesione al flessore mediale.

Appuntamento a dopo la sosta, diciamo tra poco meno di un mese. Un’alternativa in meno nelle rotazioni. Ma torniamo a Milan-Bologna: i tifosi speravano di rivedere in campo Gila che, dopo la sfida con l’Atalanta, si era fermato per il riacutizzarsi dell’infiammazione alla caviglia sinistra che anche in passato lo ha fatto spesso soffrire. Ieri il difensore ex Lazio aveva ancora fastidio e per risolvere definitivamente il guaio, ha bisogno ancora di qualche giorno. A meno di sorprese nella rifinitura di stamani a Milanello, dunque, Mario non sarà tra i convocati che stasera si ritroveranno in un hotel in zona San Siro per il ritiro.

Moreira e Rabiot ieri hanno proseguito le terapie e il lavoro differenziato per smaltire l’ematoma e l’affaticamento accusato dopo Bournemouth rispettivamente al flessore sinistro e al polpaccio destro. I due avrebbero fatto comodo anche domani, ma il Diavolo ha preferito non rischiare problemi più gravi. E così le possibilità di turnover sono ridotte: in difesa Estupinan prenderà il posto di Diawara, Musah farà rifiatare Modric, mentre in avanti possibile chance per Cisse.

Diawara, da sconosciuto preso in B francese a risorsa d’oro per Amorim

Arrivato in estate dal Troyes, prima di Udine aveva giocato solo 32 minuti: ora per lui cambiano prospettive, impiego e rotazioni.

“Ha giocato la sua prima partita completa in questo club, sembrava fosse qui con noi da dieci anni”. A leggere una frase del genere, l’identikit porterebbe a pensare a un veterano, uno che conosce già a memoria compagni, campionato e colori della maglia. E invece no. Ruben Amorim nel post partita di Udinese-Milan parlava di Sankhoun Diawara, francese di 20 anni, al debutto assoluto in Serie A e per di più da titolare. Come se non bastasse, da terzino sinistro: ruolo che in carriera ha ricoperto, ma non con grande frequenza.

A inizio stagione Amorim aveva ribadito più volte di voler puntare sui giovani. A quanto pare, non erano soltanto parole di circostanza. Contro l’Udinese Diawara è stato il quarto giocatore del Milan per tocchi (82), ha mostrato fisicità, attenzione e un piede tutt’altro che diseducato, chiudendo con l’86% di passaggi riusciti. Non male per uno che a luglio era arrivato tra lo scetticismo generale e con l’etichetta di perfetto sconosciuto. In tre mesi si è ritagliato uno spazio nel Milan, seppur ancora piccolo. Ma abbastanza per entrare nelle rotazioni e, soprattutto, nei pensieri dell’allenatore.

Il Milan ha pescato Diawara dal Troyes in estate per circa tre milioni di euro. Il piano, sulla carta, era abbastanza semplice: farne il vice Pavlovic, considerando che il francese è l’unico centrale mancino di riserva a disposizione di Amorim. A Udine, però, i due si sono ritrovati in campo insieme, a pochi metri di distanza, mostrando anche una discreta intesa nei meccanismi difensivi. Per Amorim e il mondo Milan, Papis – come lo chiamano tutti – è stato una scoperta decisamente piacevole. Anche perché il ragazzo arrivava da una stagione in seconda serie francese, culminata con la promozione del Troyes: un contesto utile per crescere, certo, ma non proprio il banco di prova ideale per capire se uno possa reggere il salto nel calcio italiano.

Vidal: “Juve, ti allenerò. Conte vale un giocatore da 100 milioni, una volta tornai alle 8 del mattino e lui…”

L’ex bianconero: “La Juve il club a cui resto più legato. L’Italia sarà sempre nel mio cuore, i miei figli sono cresciuti da voi. Il 6° posto dell’anno scorso? Un fallimento. Un club con una storia così deve sempre giocarsi lo scudetto”.

“Sulla mia vita fuori dal campo si sono dette sempre molte cose, però a 39 anni gioco ancora, ho vinto 27 trofei e prima di smettere vorrei arrivare a 30”. Arturo Vidal è tornato a casa, in Cile, però un pezzo di cuore resta alla Juventus. C’è sempre il bianconero nel destino di “King Arturo”. Al Colo-Colo ha ritrovato i colori che lo hanno reso grande a Torino: 4 scudetti in 4 stagioni (tre con Conte e uno con Allegri) prima di proseguire la collezione di titoli tra Bayern, Barcellona, Inter, Flamengo, Atletico Paranaense. “La Juventus è il club a cui resto più legato – racconta il cileno —. Provo un affetto speciale per i tifosi e per i compagni, abbiamo vinto tanto. Sono stati anni meravigliosi, l’Italia sarà sempre nel mio cuore: i miei figli sono cresciuti lì”.

“Con Fernando abbiamo condiviso uno spogliatoio spettacolare, con campioni del mondo come Buffon e Pirlo e top player come Chiellini, Barzagli, Bonucci, Pogba, Tevez… Llorente e io non eravamo amici inseparabili che chiacchierano ogni giorno, quindi le sue parole mi inorgogliscono ancora di più. Alla Juventus tornerò in futuro, da allenatore. Ma adesso ho ancora voglia di giocare, cambiando ruolo mi sono allungato la carriera: in difesa mi trovo a mio agio e recentemente mi hanno inserito tra i migliori centrali del Sudamerica”. 

Juve, è emergenza infortuni: Spalletti perde Celik e Nico Gonzalez, ecco quando rientrano

Il tecnico dovrà fare a meno di altri due top nel momento più delicato dell’anno

Prosegue l’emergenza infortuni in casa Juventus. Spalletti deve fare a meno per un lungo periodo di altri due top: gli esiti degli esami svolti al Jmedical hanno fermato Celik per circa tre settimane e Nico Gonzalez per un mese.

Si tratta di infortuni muscolari. Entrambi i calciatori hanno accusato il problema durante Juventus-Rennes di Europa League. Celik, sostituito all’intervallo, ha rimediato una lesione di basso grado del bicipite femorale sinistro. Nico Gonzalez, invece,  ha riportato una lesione di basso grado del soleo destro. Entrambi i giocatori hanno già iniziato i rispettivi programmi riabilitativi, mentre Spalletti riflette su come poter gestire l’emergenza nel momento più delicato dell’anno. Con la rosa ridotta ai minimi storici, servirà qualche aiuto dalla Next Gen per garantire un buon livello alle partite in programma ogni tre giorni. I primi recuperi sono attesi dopo la pausa di novembre: in lista d’attesa per rivedere il campo Ekhator, Yildiz e Conceiçao. Emergenza piena sulle corsie: in questo momento si può contare solo su Cambiaso e Kalulu.

Bastoni, ancora tu. Prende due gialli in 2′ e lascia l’Inter in 10 contro lo Shakhtar

Appena sanzionato per proteste, al 68′ il difensore nell’area avversaria cerca di liberarsi della marcatura di Ocheretko e lo colpisce con una manata. I precedenti contro Juve e Bosnia.

Lo ha rifatto di nuovo. Alessandro Bastoni si è fatto espellere al 68′ di Inter-Shakhtar dopo avere preso due cartellini gialli nel giro di 120 secondi e ha lasciato i suoi in inferiorità numerica in un momento delicatissimo, con la gara inchiodata sullo 0-0. Già ammonito per proteste al 66′ (decisione forse esagerata), poco dopo Bastoni nell’area ucraina ha cercato di liberarsi della marcatura di Ocheretko per avventarsi sul cross di Barella e, a palla lontana, ha colpito l’avversario con una manata sul volto. Fallo subito sanzionato dall’arbitro, che però soltanto in un secondo momento (probabilmente su segnalazione del quarto uomo) ha estratto il giallo e poi il rosso. Errore imperdonabile, visto che era appena stato ammonito e che l’arbitro si era già mostrato fiscale. Vedi gialli anche a Thuram e Sucic. 

Bastoni era finito nel mirino a inizio 2026 prima provocando l’espulsione di Kalulu in Inter-Juventus del 14 febbraio simulando un contatto mai avvenuto (con conseguente contestazione di tutte le tifoserie d’Italia e ipotesi di addio all’Inter durante la stagione scorsa), poi facendosi espellere durante lo spareggio con la Bosnia che è costato all’Italia il Mondiale, a Zenica a fine marzo. Di recente il difensore era andato a segno in Nations League sia in casa della Turchia che a Parigi contro la Francia. Ieri un altro scivolone pesante, dopo avere giocato una buona partita nell’inedito ruolo di perno della difesa. Il caffè a Carlos Augusto, che al 77′ ha trovato il gol vittoria, a questo punto è d’obbligo.

Milan, Ramos ko: affaticamento al soleo del polpaccio sinistro. Out col Bournemouth, domani gli esami

L’attaccante portoghese si è infortunato da solo durante l’allenamento in vista della trasferta inglese di Europa League. Ora la risonanza magnetica, a rischio pure il derby di fine mese.

Brivido derby per Gonçalo Ramos. L’attaccante portoghese, in rete nelle ultime due gare del Milan e a quota tre centri da quando è stato acquistato, si è fermato nell’allenamento di rifinitura di questa mattina a Milanello a causa di un affaticamento al soleo del polpaccio sinistro e non è stato convocato per la partita di domani sera sul campo del Bournemouth. Mentre i compagni voleranno oltremanica, lui resterà a casa e domani si sottoporrà a una risonanza magnetica per capire l’entità dell’eventuale danno. 

Se non ci saranno lesioni muscolari, Gonçalo Ramos può essere recuperato per la trasferta di domenica a Udine. In caso di lesione, invece, essendo il soleo un muscolo molto delicato, sarebbe scontata la sua assenza nel derby del 31 perché lo stop sarebbe (a seconda dell’entità del problema) di alcune settimane. Naturalmente il Milan spera che si tratti solo di un affaticamento, definito sovraccarico, ma intanto domani in Europa League al centro dell’attacco ci sarà Camarda. Da vedere se questa scelta sarà poi replicata a Udine o se, in caso di forfait di Ramos, Pulisic sarà utilizzato come falso nueve, una possibilità che Amorim in passato non ha escluso. Domani sera non saranno disponibili neppure Chukwueze, Saelemaekers e Gabbia.

“C’è chi si nasconde…”, l’accusa di capitan Bremer ai compagni: ma con chi ce l’ha

Le parole del brasiliano nel post partita contro la Lazio criticano l’atteggiamento di alcuni compagni e hanno fatto molto rumore. Ma a chi sono rivolte? Facciamo il punto.

All’indomani della serata da incubo della Juventus all’Allianz Stadium, che ha palesato un caos forse senza precedenti nell’era moderna del club, una domanda su tutte: a chi erano riferite le frasi di Bremer? La linea scelta dal capitano bianconero (in assenza di Locatelli) è parsa subito dura e con poche logiche riparatorie a differenza dei concetti espressi da Vicario. Anche il portiere ha spiegato che “non tutti sono uguali nella gestione delle emozioni e bisogna trovare le soluzioni migliori”, ma poi ha detto con chiarezza: “lo faremo da gruppo per darci una mano nel poco tempo a disposizione”. Il brasiliano è andato invece dritto contro “chi si nasconde”, dicendo di non poter “prendere in braccio 16 giocatori”. 

Nessuna certezza di chi fosse il destinatario della posta certificata da Bremer. Chiaro che il difensore qualcuno avesse ben in testa, ma non è da escludere che la reazione sia frutto di un momento di sfogo da contestualizzare al post partita piuttosto concitato. Il gioco della margherita non aiuta. Partiamo dai titolari. Vicario si è preso le responsabilità per tutti: non era lui. Kalulu e Celik sono tra quelli con più esperienza: difficile che Bremer parlasse di loro. Lucumì? Il partner difensivo del brasiliano non è ancora dentro al progetto Juve come lo era al Bologna.

Douglas Luiz, per lui quest’estate Bremer si era in qualche modo esposto affinché restasse. Sarr? Sì, ha fatto un passo indietro rispetto a qualche settimana fa. Nico Gonzalez è l’unico a cui la Juve si aggrappa. McKennie, vice di Bremer, mai ha dato l’idea di poter risentire della pressione. Alajbegovic ha toccato appena 22 palloni nel primo tempo e Spalletti l‘ha trattenuto negli spogliatoi all’intervallo per avere il doppio centravanti.

Woltemade si è messo a lottare da subito nella ripresa dando una mano a Kolo Muani. Conceiçao e Zhegrova hanno dato un contributo nel finale, quando gli equilibri erano già saltati. Boga e Cambiaso sulla scia, non giudicabili per il minutaggio ridotto. Insomma, Bremer ha lanciato un messaggio condivisibile ma dal destinatario quasi ignoto. O, per dirla alla Spalletti, da inviare a tutti: a partire da se stesso.