Juve-Vlahovic, non è finita. Spalletti vuole trattenerlo, Dusan aspetta Carnevali a Torino

Fine settimana inconsueto per l’attaccante serbo: niente mare, è ancora in città e si allena aspettando il nuovo ad.

Un fine settimana insolito a… Torino: lontano dal mare, in palestra ad allenarsi e con un occhio sul telefono. Dusan Vlahovic ha tutt’altro che abbandonato le speranze di proseguire il suo percorso alla Juventus, fiducioso che il cambio di guardia al vertice della dirigenza possa rimetterlo in pista per una nuova parentesi in bianconero. Il confronto fra il suo papà, Milos, e Comolli si era arenato senza possibilità di riparlare del rinnovo. Con l’arrivo di Carnevali si è riaperto un margine importante, specie perché a fare da sponda per la permanenza del calciatore c’è Spalletti. 

Al netto delle questioni economiche da approfondire, Dusan vorrebbe rimanere a Torino: si definisce “juventino”, un aspetto che lo allontana da altri club italiani storicamente concorrenti della Signora e che ne accredita il desiderio di vincere qualche trofeo in bianconero.

Spalletti gioca con un centravanti alla Vlahovic e il mercato per adesso offre poco: trattenere il serbo significherebbe risparmiare sulla cifra da sborsare per un cartellino, in più il giocatore apre alla possibilità di firmare un contratto breve di uno-due anni. I vantaggi non sono solo per la Juve, considerato che la girandola dei centravanti in Europa è destinata a partire alla fine del Mondiale e quindi il serbo rischia di rimanere senza squadra per diverse settimane: dal 30 giugno è libero.

Un week end di metà giugno, con la stagione finita e il contratto verso la scadenza, sarebbe stato consueto al mare. Invece, Vlahovic spera nella chiamata della Juve a partire dall’insediamento di Carnevali, che è atteso alla Continassa per inizio settimana. Possibile che il nuovo ad affronti il tema già dal primo incontro con Spalletti in questo fine settimana, anche perché il tecnico lo ritiene uno degli argomenti chiave per programmare al meglio la stagione. 

Como, Nico Paz può restare. A un passo Couto del Dortmund

L’argentino vorrebbe rimanere un altro anno con Fabregas per giocare in Europa da protagonista, da Madrid arrivano le prime aperte. Scatto per l’esterno del Dortmund.

Il Como non si vuole fermare. Dopo l’incredibile qualificazione Champions ottenuta al secondo anno di Serie A, i lariani puntano sempre più in grande. La prossima sarà una stagione complessa: il doppio impegno settimanale metterà alla prova la rosa, per questo già in queste fasi preliminari di mercato (ufficialmente la finestra per i trasferimenti aprirà il 29 giugno) il ds Ludi si sta muovendo per rinforzare e allungare la rosa messa a disposizione di Cesc Fabregas. 

Il primo obiettivo però non sarebbe un nuovo acquisto. A Como, ormai da settimane, sta andando in scena un’opera collettiva di persuasione per convincere Nico Paz a restare un altro anno sulle sponde del Lago. Un tentativo reso possibile dalla Champions conquistata all’ultima giornata, che ha cambiato totalmente le prospettive del club. L’argentino soltanto qualche settimana fa pensava che la sua avventura italiana fosse arrivata al termine: il richiamo del Real Madrid, forte di una clausola di riacquisto da 9 milioni di euro, riecheggiava nella testa del classe 2004. 

Ora però lo scenario sembra essere cambiato: Nico avrebbe chiesto di poter restare un altro anno a Como per giocare anche in Europa da protagonista. E da Madrid, per la prima volta, arrivano aperture in tal senso. L’arrivo, ormai quasi certo, di Bernardo Silva affollerebbe ulteriormente la trequarti del Real, dove Paz dovrebbe sgomitare non poco per trovare spazio. E allora la possibilità di un’altra stagione in Serie A prende quota. Anche perché il Real ha la possibilità di riportarlo a casa anche nella prossima stagione, pagando un solo milioni in più dispetto ai 9 della clausola per quest’estate.

La Turchia nel sangue e l’Inter nel cuore: Calhanoglu pronto al suo primo Mondiale

Leader della nazionale tornata alla Coppa del Mondo dopo 22 anni, il regista si prepara all’esordio contro l’Australia. Intanto il suo futuro continua a far discutere tra Milano e Istanbul.

Ora che lo osannano come un sultano, o un gran visir dell’Impero Ottomano, scolorisce nella memoria quel tempo in cui Hakan Calhanoglu era solo un talento discusso del calcio turco. Era per tutti il ragazzo mezzo tedesco nato a Mannheim da famiglia emigrata dall’Anatolia, lo specialista dei calci piazzati impossibili ma anche il talento delle promesse non mantenute. Un irrisolto, figurarsi un capitano. 

Oggi, a 32 anni, Calha si muove col passo fermo dell’eroe nazionale e in patria da settimane non si parla che di lui: un po’ per il chiacchiericcio attorno al suo futuro e un po’ perché è arrivato in America come leader totale, con la fascia al braccio, in una nazionale tornata a queste altezze dopo 22 anni. In campo oggi ci sono i nipotini degli eroi del 2002, arrivati addirittura in semifinale, che vorrebbero pure ripetersi, ben sapendo che nel girone c’è l’insidia della squadra di casa: tutti i turchi pensano di essere superiori agli Usa di Pochettino, ma non sarà così facile farcela.

Una generazione intera di ragazzi turchi è cresciuta senza vedere la propria nazionale al Mondiale (ricorda, qualcuno?), mentre oggi il volto della rinascita è proprio il regista interista, bramato come ogni anno dai club di Istanbul. L’anno scorso si parlava solo e soltanto di Galatasaray, quest’anno invece Calha è finito in mezzo alla campagna elettorale del Fenerbahce: uno dei candidati, il discusso Hakan Safi, lo aveva pubblicamente trasformato nel proprio gagliardetto per il nuovo corso. 

Anche dopo il voto, con la vittoria di Aziz Yildirim, il rumore di fondo non è cambiato: è emerso che pure il nuovo patron dei gialloblù avrebbe lo stesso obiettivo. Tutto secondo copione, anche perché da anni Calha mantiene un rapporto ambiguo e mai del tutto risolto con il calcio della sua nazione.

“Io via dal Milan contento e soddisfatto”. Leao parla ancora di addio

In una intervista a Rtp, Rafa torna a parlare della cessione, addirittura parlando a San Siro: “Se dovesse succedere, me ne andrò felice di aver contribuito a portare il club dove merita”. Nella classifica dei migliori allenatori avuti, due nomi citati.

Rafa Leao non ha mai fatto tante interviste come in questo periodo. E in ogni intervista ormai parla del possibile addio al Milan. L’ultima in realtà è di due giorni fa ma è stata notata in Italia soltanto oggi. Leao parla a Rtp, la tv portoghese che lo riprende in un San Siro deserto. La frase centrale: “Ho già conquistato quello che volevo conquistare con il Milan. Nel calcio non si può mai dire mai, non si sa mai cosa riserva il futuro, ma se dovesse succedere, me ne andrò da qui molto contento, soddisfatto di aver contribuito a portare il club dove merita di stare”.

Rtp chiede a Leao chi sia stato il miglior allenatore avuto in carriera e Rafa risponde così: “Mi sarebbe piaciuto essere allenato da Jorge Jesus per più tempo, è stato un allenatore che ha scommesso su di me. Credo che sia stato il miglior allenatore che io abbia mai avuto, dopo Stefano Pioli”.

Leao racconta anche della sua famiglia, tema a lui molto caro da sempre: “Dio mi ha dato un dono di poter giocare a un buon livello e aiutare la mia famiglia”. Nello stesso servizio, parla la mamma, con la ricostruzione di un momento speciale: “Quando ho visto che Rafa era stato convocato per il Mondiale, ho gridato”. Il Mondiale del Portogallo inizierà tra una settimana e per Rafa l’avvicinamento è andato male. 

Roma, rinnovi o addio: Gasp insiste per Dybala, Pellegrini e Celik. Poi tocca a Mancini e Cristante

Il tecnico vuole blindare i punti fermi: per la Joya e il trequartista sul tavolo c’è un biennale. Pronti per Mancini e Cristante accordi fino al 2029 con opzione al 2030.

Ad attendere in quell’anticamera immaginaria dell’ufficio di Ryan Friedkin, vicepresidente ormai centrale nell’universo Roma, c’è pure lui, Gian Piero Gasperini, che per loro si è speso ed esposto pubblicamente. Oltre quella porta si decideranno cifre, scadenze e soprattutto i destini di alcuni senatori chiave e, in fondo, di un’intera rosa.

Perché Paulo Dybala, Lorenzo Pellegrini e Zeki Celik, i casi emblematici della vecchia guardia in scadenza di contratto, e poi Gianluca Mancini e Bryan Cristante, i fedelissimi di Gasp pronti a legarsi a vita al club, rappresentano i dossier più caldi che il tecnico vorrebbe archiviare in fretta dopo le rispettive firme per dedicarsi poi al mercato in entrata, alle cessioni in chiave Fair play finanziario e al progetto Champions.

Le posizioni dei cinque pilastri giallorossi viaggiano su binari paralleli ma distinti. Eppure hanno in comune proprio la fretta di Gasp di chiudere il discorso, in attesa che si sblocchi allo stesso tempo la situazione del ds in pectore Tony D’Amico, in uscita dall’Atalanta. Il tecnico ha esternato in pubblico il desiderio di ripartire da Dybala, parlando già prima della sfida decisiva di Verona delle volontà delle parti di trovare un accordo e rivelando dopo la conquista della Champions di aver messo in contatto direttamente Paulo con i Friedkin. Una base di accordo sul tavolo ormai da giorni con un potenziale rinnovo biennale in vista: due anni secchi o magari un 1+1, con un’opzione sufficientemente facile di rinnovo anche per la seconda stagione. Magari legata alle condizioni fisiche e atletiche del giocatore (indicato dal club come testimonial ideale per il Centenario): un aspetto, questo, sul quale la società ha anche intenzione di cautelarsi.

Da Bennacer e Chukwueze a Camarda e Zeroli: quale futuro per chi rientra dai prestiti

Torneranno a Milanello in sette: in base a chi sarà l’allenatore si capirà chi può avere chance di restare.

Ora che anche Zlatan Ibrahimovic è volato negli Usa per esibirsi da opinionista con Fox Sports, da queste parti non è rimasto davvero nessuno del Milan che abbia anche solo una vaga attinenza con l’area sportiva. L’ordinaria amministrazione, in termini strettamente tecnico-burocratici, la mandano avanti il presidente Scaroni e il consigliere Calvelli, ma a giugno più che di burocrazia occorrerebbe parlare di mercato. O meglio: affrontare il mercato. Che adesso è per forza di cose congelato non soltanto negli affari in entrata, ma anche nei giocatori che fanno ritorno al mittente dopo una stagione in prestito. Non sono pochi e si tratta di situazioni che vanno affrontate. Già, ma su quali basi dal momento che non ci sono un allenatore e un direttore sportivo a cui chiedere.

Iniziamo col dire che dei dieci giocatori che hanno trascorso l’ultima stagione lontano da Milanello, tre non faranno ritorno: si tratta di Pobega, Colombo e Jimenez, per i quali sono scattate le condizioni che hanno trasformato il diritto di riscatto in obbligo. Si riaprono dunque le porte per gli altri sette (per alcuni non è stato esercitato il diritto, altri erano solo in prestito secco), plotoncino in cui troviamo un po’ di tutto: si va dal nome pesante al giovane di belle speranze. Scenario più accreditato: la maggior parte di questi è destinata a rifare nuovamente le valigie.

Il nome più complesso da gestire è quello di Bennacer, che proprio non riesce a ripartire altrove. Era andato male il prestito a Marsiglia ed è andato male anche quello alla Dinamo Zagabria. L’algerino non è mai riuscito a trovare continuità a causa dei continui infortuni. Due scenari: dal momento che scadrà nel 2027, ripartirà per l’ultima volta o il Milan proverà a cercare un accordo per risolvere il contratto. Soluzione, quest’ultima, non semplice visto che il centrocampista guadagna quasi sette milioni e mezzo lordi. Più facile che il Milan lo liberi senza chiedere denaro per il cartellino: il risparmio sull’ingaggio sarebbe già un vantaggio importante.

Tutti i dubbi di Maignan: decide a fine Mondiale se restare o no al Milan, i dettagli

Il capitano, deluso dal piazzamento finale ma anche dal licenziamento dello staff con cui si trovava bene, riflette sul suo futuro in rossonero.

Come da prassi, parla poco con i media, ma Mike Maignan sta riflettendo sul suo futuro che adesso non è più al 100% a tinte rossonere. Il rinnovo del contratto fino al 2031, a oltre cinque milioni netti più bonus a stagione (e senza una clausola rescissoria), sembrava aver chiuso ogni discorso relativo al domani del francese e invece la mancata qualificazione alla Champions, abbinata alla rivoluzione in atto a Casa Milan e a Milanello, gli hanno instillato nella mente il dubbio: giusto restare o fare le valige? Il suo agente, Jonathan Kebe, si è messo al lavoro per farsi trovare pronto qualora in Magic Mike a prevalere fosse la volontà di provare una nuova avventura.

Qualche big orientata a cambiare portiere c’è, ma tra quelle che al momento cercano nel ruolo un fuoriclasse, nessuna tra Chelsea, Tottenham e Juventus giocherà la prossima Champions. Molte cose però possono succedere nelle prossime settimane e per questo Maignan tace e si concentra sul Mondiale. Il tempo delle valutazioni e delle scelte arriverà probabilmente quando il Diavolo annuncerà il nuovo allenatore. A quel punto, con un quadro chiaro sia sul mercato sia sul fronte rossonero, sarà presa la decisione definitiva.

Maignan è il capitano, un ruolo che ricopre con orgoglio. Quando ha sposato il progetto del Diavolo, con Allegri saldo sulla panchina e la squadra nei quartieri alti della classifica, non immaginava un finale tanto amaro. L’esonero del tecnico e del suo staff (compreso il preparatore Filippi) lo ha deluso almeno quanto il quinto posto finale. Ciò premesso, non vuole fare scelte affrettate né uscite avventate come quella di Leao, che per ben due volte di fronte alle telecamere ha sbandierato il desiderio di lasciare Milanello. Se alla fine l’ago della bilancia penderà dalla parte dell’addio, difficile che la rottura sia traumatica. Mike non è il tipo.

Leao: “Pubalgia e fuori posizione, stagione logorante. Premier o Liga mi valorizzerebbero di più”

Il portoghese torna a parlare a Sport Tv dal ritiro della nazionale portoghese: “Sentivo di poter fare la differenza, ma il modo in cui la squadra giocava non mi ha messo nelle condizioni di riuscirci. Ho bisogno di una nuova sfida”

Per chi magari si era perso la prima puntata di fine maggio, adesso è arrivato il sequel. Rafa Leao torna a parlare dal ritiro con la nazionale portoghese, ribadendo la volontà di dire addio al Milan e, allo stesso tempo, spiegando più nel dettaglio ciò che non ha funzionato nella scorsa stagione. “Ho bisogno di una nuova sfida – ha ribadito a Sport Tv -. In Italia il campionato si sta evolvendo, ma per il mio calcio la Premier League o la Liga valorizzerebbero di più il mio talento e me come giocatore. Se dovesse arrivare l’opportunità della Premier, sarei molto contento: penso che riuscirei a mettere a confronto il mio talento con giocatori che sono a un livello molto alto”.

Quando la settimana scorsa il portoghese aveva chiarito senza giri di parole la volontà di lasciare il Milan, il club non l’aveva presa benissimo (eufemismo), anche perché di fatto Rafa ha messo la società spalle al muro, con un potenziale danno economico. Ora Leao vuota il sacco anche su tutto ciò che a suo parere non ha funzionato nell’annata appena conclusa. “È stata una stagione difficile. Ho giocato infortunato per 4-5 mesi con una pubalgia, in una posizione che non è la mia. Il sistema tattico non mi aiutava.

Sentivo di poter fare la differenza, ma il modo in cui la squadra giocava non mi ha messo nelle condizioni di riuscirci. Alla fine diventa logorante. Comunque ho giocato spesso come seconda punta in carriera e penso sia il mio ruolo preferito. E posso fare anche il falso 9, specie in una squadra come il Portogallo. Come ala, dopo il dribbling, ho più tempo per pensare se tirare, dribblare di nuovo o crossare. Ma giocando come seconda punta sono più vicino alla porta e devo essere più concreto: o fai assist o tiri. È un dettaglio su cui devo lavorare. Alla fine il calcio si basa sui numeri, ed è l’ultimo step che mi manca”.

Esposito alla Vieri, che numeri tra Inter e Italia: in azzurro dietro solo due leggende

Il paragone nei numeri tra Bobo e Pio. E solo Meazza e Rivera han segnato di più del centravanti interista in azzurro prima dei 21 anni. 

Il parallelismo vien da sé, basta metterli vicini. Esposito viene paragonato a Christian Vieri fin da quando ha messo piede per la prima volta in Serie A. Questione di similitudini: Pio è la punta titolare dell’Inter, gioca e segna in Nazionale, è alto, grosso ed esulta mostrando i muscoli. Per certi aspetti, banalmente numerici, Esposito è riuscito anche a far meglio di Bobo, che ha debuttato in Nazionale a 23 anni segnando a Trieste contro la Moldavia. 

La punta di Castellammare, invece, ha esordito a venti e ha segnato quasi subito, pungendo l’Estonia al suo secondo match con la maglia azzurra. E dopo otto presenze è già a quattro gol, l’ultimo decisivo contro il Lussemburgo: è solo il terzo giocatore a realizzare più di tre gol con la maglia della Nazionale maggiore prima di compiere 21 anni, dopo Giuseppe Meazza (11 reti) e Gianni Rivera (cinque).

Premessa d’obbligo: niente paragoni. L’ha detto Pio e l’ha ribadito anche Vieri: “Quando entra fare la differenza. È bello, ma è anche stressante perché ha tanta pressione”. Insomma, il confronto non esiste. Almeno per ora: Vieri è stato la punta titolare dell’Italia per quasi un decennio, ha giocato due Mondiali infilando nove gol e ha chiuso l’avventura azzurra con 23 reti in 49 partite.

Tuttavia, i numeri di Esposito in azzurro restano: come detto quattro gol in otto partite, di cui una sola da titolare. Ha punto Estonia, Moldavia, Lussemburgo e Norvegia, l’avversaria più forte incontrata fin qui. Le altre erano molto più abbordabili. All’età di Esposito, Vieri giocava a vinceva con l’Under 21 di Cesare Maldini, con cui vinse due europei di categoria. E per arrivare a quattro gol con la nazionale maggiore gli servirono 10 partite, di cui però tre ai Mondiali 1998. C’è anche da dire che erano quasi vent’anni che la punta titolare dell’Italia – o tra le candidate a esserlo… – non vestiva la maglia dell’Inter. L’ultimo? Proprio Bobo (Balotelli si consolidò in azzurro dopo aver salutato Milano). 

Juve, ora scatta la caccia al centravanti: e se la soluzione fosse lo scambio David-Kolo Muani

Perso Vlahovic, che lascerà a parametro zero, e bocciati da Spalletti gli altri attaccanti in rosa, i bianconeri hanno assoluta necessità di portare presto a Torino un “nove”. Scambiare il canadese col francese del Psg potrebbe convenire a entrambi i club

A questo punto, per dirla con le parole di Spalletti, un centravanti alla Juve “serve come il pane”. Anzi, probabilmente pure due. La rottura delle trattative per il rinnovo di contratto di Dusan Vlahovic e la sua partenza a parametro zero il prossimo 30 giugno, nella testa del tecnico bianconero lasciano, infatti, la sua rosa praticamente senza un numero “nove”: bocciati Openda e David, inaffidabile Milik dal punto di vista fisico. E rende sempre più urgente portare a termine la trattativa con il Psg per il ritorno a Torino di Kolo Muani. 

I due club si sono già incontrati a Budapest a margine della finale di Champions League e il Psg ha ribadito la sua valutazione: 30 milioni e cessione a titolo definitivo. A breve è previsto un nuovo summit e la Juve conta sulla forte volontà dell’attaccante francese. Dopo la deludente avventura al Tottenham, infatti, Kolo Muani insiste per tornare a Torino, dove si è trovato bene dal punto di vista personale, di gruppo squadra e sportivo: i 10 gol in 22 presenze ne sono una dimostrazione evidente. Così, tra le pieghe della trattativa si sta facendo largo un’ipotesi che, in economia, verrebbe definita di una situazione “win-win”. Ovvero un accordo grazie al quale entrambe le parti soddisfano i propri interessi: lo scambio tra Jonathan David e Randal Kolo Muani. 

Intanto, la situazione dei due attaccanti per i rispettivi club: il francese è un esubero per i parigini, il canadese (pur stimato dai dirigenti juventini) è stato quasi definitivamente bocciato da Luciano Spalletti. Entrambe le squadre, insomma, si libererebbero di un problema. Oltretutto, a Parigi l’uomo mercato è quel Luis Campos che nel 2020 ha scoperto Jonathan David al Genk, portandolo al Lilla.