Mancini non è né Inzaghi e né Chivu: per la prima volta Frattesi supera Barella nelle gerarchie

Davide ha giocato tutte e tre le partite sin qui disputate dalla Nazionale, Nicolò è rimasto a Coverciano per la trasferta turca ed è entrato in corsa a Parigi. Ricoprono lo stesso ruolo ed è complicato pensarli in campo contemporaneamente, ma il ct è stato il primo a preferire il laziale.

Da qualche anno le loro carriere si sono intrecciate. Nell’Inter e nella Nazionale. Se fino alla scorsa estate Davide Frattesi è spesso finito all’ombra di Nicolò Barella o in panchina (anche) a causa di Barella, questo inizio di stagione sta riscrivendo la storia della “strana” coppia di centrocampisti azzurri ed ex nerazzurri. Perché Frattesi è passato alla Lazio proprio per giocare di più e ha iniziato brillare di luce intensa: gol (contro Bologna, Genoa e Udinese) e prestazioni importanti ne hanno fatto un titolare inamovibile per Gattuso.

E pure Mancini, che non considera facile utilizzarli insieme (come del resto era successo a Simone Inzaghi, Chivu, Spalletti e Gattuso), adesso valuta quando schierare l’uno e quando l’altro. Perché, inutile nasconderlo, entrambi sono due mezzali destre e, se la teoria che i giocatori bravi possono coesistere è valida anche in questo caso, è altrettanto vero che nessuno dei due rende al top se usato in un altro ruolo del centrocampo. E in questo momento lasciare fuori Frattesi è complicato.

A Bursa, lunedì scorso, il Mancio ha fatto una scelta netta: ha lasciato a riposare a Coverciano Barella (che in campionato è stato in campo per tutti i 450 minuti interisti e ha pure segnato con l’Udinese) e ha schierato nell’undici titolare Frattesi, che ha risposto segnando la rete del 2-0 e offrendo una prova maiuscola. Ieri a Parigi entrambi erano disponibili e il ct ha puntato dal primo minuto ancora su Frattesi, che ha sfiorato il gol e offerto una prestazione concreta nelle due fasi. Barella è entrato nella ripresa e ha “amministrato” senza brillare come aveva invece fatto Davide. Forse Nicolò sta attraversando un momento psicologicamente non semplice perché, complice la brutta prova con il Belgio all’esordio in Nations, in questa pausa di settembre-ottobre ha capito di non avere il posto di inamovibile in azzurro che ha sempre avuto garantito dal 2019 in poi.

Inter, allarme in difesa: mai così male in Serie A dal 2022-23

Tra rotazioni e rendimento dei singoli, Chivu cerca la formula per ritrovare la solidità dello scorso anno.

Un piccolo allarme è suonato. In modo flebile, sì, quasi silenziato da una classifica che comunque vede l’Inter in testa alla classifica – al pari di Roma e Lazio – con quattro vittorie e un pareggio nelle prime cinque giornate di campionato. Però le sveglie, anche quando si sentono solo in lontananza, non vanno ignorate. E l’allarme dell’Inter riguarda la difesa.

I nerazzurri hanno incassato ben otto gol nelle prime cinque giornate di Serie A, un dato che mai era stato tanto negativo dalla stagione 2022-23 quando la squadra guidata da Simone Inzaghi chiuse la stagione al 3° posto dietro Napoli e Lazio. Di più: se il discorso si allarga anche oltre i confini italiani includendo la gara di Champions League al Bernabeu contro il Real Madrid, i gol incassati da Akanji e soci raggiungono addirittura la doppia cifra. Dieci tondi tondi. L’ultimo dato che preoccupa? Era da ottobre del 2024 che l’Inter non subiva almeno due gol in tre partite consecutive di campionato (quest’anno Roma, Udinese e Napoli).

Dalle parti di Appiano Gentile però non è partito alcun allarmismo eccessivo, per una squadra che comunque è sempre stata capace di recuperare e nella maggior parte dei casi addirittura vincere. Ma è evidente che in queste prime 6 partite stagionali qualcosa non abbia funzionato. E non si parla certo del reparto offensivo, che – come al solito – gira a meraviglia sospinto da una ThuLa splendente, né di un centrocampo in grado di offrire una rigogliosa varietà di soluzioni.

Piuttosto di un reparto arretrato (portiere incluso) che non ha ancora mostrato la solidità garantita lo scorso anno, quello del Doblete, quando l’Inter incassò 35 reti in 38 partite. La media relativa ai gol subiti nella scorsa stagione dice 0,92, quella attuale – Champions League inclusa – addirittura 1,66 (che resterebbe comunque a 1,6 se calcolata solo in base al rendimento in Serie A). Un problema di singoli o di gruppo? Né uno né l’altro, viene da pensare, anche (o soprattutto) perché la filosofia di gioco non si è discostata dal consolidatissimo 3-5-2 e gli interpreti sono rimasti gli stessi, se non per qualche piccola variazione, per di più ininfluente per quanto riguarda i titolari.

Inter, in difesa suona l’allarme: 8 gol subiti in 5 gare, mai così male dal 2022, quando c’era Inzaghi

Champions inclusa, le reti incassate dall’Inter sono già 10 in 6 partite per una media superiore all’1,6. È vero che la squadra di Chivu recupera sempre gli svantaggi, però.

Due gol subiti dalla Roma, ben 3 dall’Udinese, un altro paio dal Napoli e uno anche dal Monza all’esordio. Così il totale delle reti concesse dall’Inter nelle prime 5 giornate di campionato ha già raggiunto quota 8, con un solo clean-sheet ottenuto (nella trasferta di Cagliari). Numeri poco confortanti, perché se da una parte è vero che la truppa di Chivu ha sempre recuperato da situazioni di svantaggio, dall’altra va sottolineato pure che una media di più di un gol e mezzo concesso a partita – precisamente 1,6 – sia ben distante dalle statistiche di una squadra che lotta per vincere tutto.

La filosofia del tecnico nerazzurro resta comunque molto chiara, in linea con la Serie A di oggi che sta imboccando una direzione sempre più europea, e porta a segnare un gol in più degli avversari rispetto a pensare di concederne uno di meno. Però c’è qualcosa che all’interno del reparto arretrato dell’Inter non sta funzionando.

Allargando il tema anche alla Champions League, il dato relativo ai gol subiti peggiora ulteriormente: in totale 10 in 6 partite, aggiungendo la partita del Bernabeu contro il Real Madrid. E se concedere un paio di gol alla squadra di stelle guidata da Mourinho appare comunque accettabile, meno lo sono stati altri arrivati in campionato. L’ultimo dato tanto negativo riporta indietro di circa tre anni, quando nella stagione 2022-23 (chiusa al 3° posto dietro Napoli e Lazio…) la squadra di Inzaghi concesse precisamente 8 gol in 5 giornate.

L’Inter…vallo come medicina grazie a mister rimonta Lautaro: “Primo tempo da cancellare”

Il capitano nerazzurro protagonista nel secondo tempo con la doppietta che ha portato al pari contro la Roma: “È chiaro che dobbiamo rivedere come iniziamo, rincorrere sempre è difficile”

Sembra tutta una questione di quarti d’ora. C’è il primo, quello iniziale della partita, in cui l’Inter sembra a volte non riuscire a scendere in campo. Distratta, leggera, nel senso di superficiale, che prende gol impensabili in qualsiasi altra frazione di gara. Strano, da indagare (e Chivu insieme al suo staff è già al lavoro su questo dossier), ma è così. E poi c’è l’altro quarto d’ora da attenzionare ed è quello tra un tempo e l’altro. Perché non è una novità che questa Inter abbia la capacità di rigenerarsi proprio all’intervallo. La tendenza è un’eredità della passata stagione. Ma la fiducia cresce quando a fare la differenza c’è un Lautaro che diventa un fattore per le rimonte.

I due gol di ieri, che l’hanno fatto salire a quota 5 nelle ultime cinque sfide con i giallorossi, hanno evitato la sconfitta mentre gli altri due stagionali realizzati contro il Napoli avevano direttamente consegnato la vittoria all’Inter. Totale: quattro. Sia i gol in campionato fin qui, sia, soprattutto, i punti consegnati alla sua squadra. Quindi si può dire che quasi un terzo dei 13 che l’Inter ha oggi in classifica sono proprietà dell’argentino. Lautaro incarna il pensiero di Chivu quando il suo allenatore dice: “Bisogna agire e non reagire”.

Quando il Toro fa, la rimonta è servita. Basta fargli arrivare i palloni giusti, cosa che nel primo tempo ieri l’Inter ha fatto una gran fatica a fare. Ma Dybala, che conosce bene il suo connazionale e anche l’Inter, dopo il primo gol di Koné aveva fatto un inequivocabile cenno ai suoi compagni. Palmi verso il basso, come a dire: “Calma”. Impossibile cantare vittoria con questa squadra che nelle ultime tre partite di campionato avrà anche preso 7 gol, sarà pure andata sotto di due reti nelle stesse uscite, ma quando ha toccato il fondo è riuscita a risalire. E il volto della rimonta è ancora una volta quello spigoloso e rabbioso, ma alla fine di gioia, di Lautaro.

Adzic: “Forse alla Juve meritavo di giocare di più. Perché Sassuolo? Aquilani mi fece una videochiamata e…”

Il centrocampista del Sassuolo: “Mi sento un 8 o un 10, anche se è il coraggio a fare il ruolo. Aspettavo di sfidare la Juve, ho rivisto il gol un migliaio di volte. Spalletti mi ha fatto i complimenti prima della partita, l’ho apprezzato molto”

Partiamo dalla data: 13 settembre, gol alla Juve. Esattamente un anno prima gol all’Inter con la maglia bianconera. 

“Andiamo indietro di una settimana. Aspettavo tanto questa partita. Un chiodo fisso, ci ho pensato ogni giorno. Non vedevo l’ora di giocarla per dimostrare le mie qualità contro uno dei club più grandi. Poi quando ho visto che era il 13 ho pensato a questa incredibile coincidenza. Sentivo che qualcosa era nell’aria… L’idea del gol mi girava dentro la testa. Sì, ci pensavo, quasi lo sentivo”. 

“Le stesse che ho provato in quel momento. Difficili da spiegare. Ancora è tutto strano. Con loro ho giocato per due anni. Io cerco sempre di andare al massimo indipendentemente da chi ho di fronte. Poi va beh… è stato qualcosa di speciale. Il gol l’ho rivisto una marea di volte e la notte praticamente non ho dormito. In genere si dorme poco quando si gioca di sera. Stavolta mettici l’adrenalina, l’emozione, sensazioni forti: notte quasi in bianco”.

“Tantissimi. Mi rimangono dentro quelli della mia famiglia che è sempre al primo posto. Però ho ricevuto veramente tanti complimenti: dai miei compagni di squadra e dai tanti amici che ancora ho alla Juve”. 

“Ci siamo incrociati prima della partita. Dopo aver salutato Aquilani, mi è venuto a cercare in panchina, gli sono andato incontro e mi ha fatto i complimenti per come ho cominciato la stagione. Un gesto che mi ha fatto un enorme piacere e per questo lo ringrazio”. 

Juve e Milan, assalto all’Europa League con un occhio al ranking. Anche per aiutare…se stesse

Non solo la chance di tornare in Champions vincendo il trofeo: c’è anche un’altra opzione, che passa però dall’andamento nelle coppe di tutti i club.

Non è più soltanto questione di vincere o perdere, di gironi e qualificazioni. Gli impegni europei, da qualche anno a questa parte, lasciano una scia dietro ogni giornata, fatta di calcoli e previsioni: il ranking. Nello specifico, si tratta della classifica relativa alla stagione in corso delle varie federazioni calcistiche che prendono parte alle competizioni Uefa. Chi chiude ai primi due posti in graduatoria, ha diritto a un club aggiuntivo nella successiva edizione della Champions League.

All’Italia l’impresa è riuscita nel 2024 e fu il Bologna a beneficiarne. Il modo in cui è stato possibile centrare quel traguardo ha un risvolto interessante. Perché in Champions il cammino era stato tutt’altro che entusiasmante: Napoli, Inter e Lazio vennero tutte eliminate agli ottavi rispettivamente da Barcellona, Atletico Madrid e Bayern Monaco. Andò decisamente meglio nelle altre coppe: l’Atalanta vinse l’Europa League contro l’imbattibile Bayer Leverkusen, la Fiorentina si arrese in finale di Conference League contro l’Olympiacos. 

È un discorso che finisce per toccare da vicino sia il Milan che la Juventus, che nella passata stagione hanno visto sfumare la Champions all’ultima giornata, chiudendo nell’ordine quinta e sesta. Dovendosi “accontentare”, dunque, dell’Europa League. Il messaggio sottinteso è che, nonostante la massima competizione europea assegni un maggior numero di punti in chiave ranking Uefa, il percorso in Europa League può essere comunque determinante.

Nello specifico, le squadre che giocano la Champions possono ottenere 29,5 punti, che scendono a 23 in Europa League e a 20,5 in Conference. Il punteggio di ogni singola squadra è realizzato sommando vittorie, pareggi, qualificazioni ai turni successivi e piazzamento nel girone unico. Con tutte queste variabili, arrivare in fondo all’Europa League non solo sarebbe un aspetto positivo per il calcio italiano, ma darebbe l’opportunità a Milan e Juve di aiutare sé stesse nella corsa alla Champions considerando la Serie A.

Inter-Napoli è pazzesca! Allegri scappa, la ThuLa fa tris e firma il ribaltone al 91′

Partita incredibile a San Siro: nel giro di 180 secondi la squadra di Allegri sblocca con Politano e raddoppia con Hojlund, ma nel finale i nerazzurri si scatenano: Chivu sale a punteggio pieno, Max al secondo ko di fila

Messaggio per tutti gli interisti. Se avete rinunciato all’ultimo aperitivo dell’estate per venire a San Siro o starvene sul divano con l’aria condizionata a palla e una birra ghiacciata, avrete qualcosa di cui vantarvi: esserci stati. Il concetto di “pazza Inter” si tramanda di generazioni, attraversa estati, inverni e primavere e bussa sulle spalle dei tifosi a cadenza più o meno regolare.

I nerazzurri vanno sotto di due gol col Napoli, fiaccati da Politano e Hojlund, e poi rimontano a modo loro, con grinta e coraggio: Lautaro, Thuram e ancora Lautaro (al 91′ il 3-2). Tutti sotto la nord, tutti nella ripresa, un tris di emozioni pure con un suo manifesto: Cristian Chivu in campo dopo il tris del capitano. Prima di andare a festeggiare coi suoi, ha dato un paio di indicazioni a Calhanoglu con una freddezza da leader. Un messaggio a Mourinho e a tutto il Real Madrid.

Subito i gol perché c’è parecchio da dire. Il Napoli, alla seconda sconfitta consecutiva, ha sfruttato due disattenzioni nerazzurre grandi come il cantiere c’è fuori San Siro, graffiando due volte in tre minuti: 50’ e 53’. Il primo affondo è stato di Politano, bravo ad arpionare un controllo da matita rossa di Barella – viziato da un passaggio mal calibrato di Diouf… – e a pungere Martinez col destro al secondo tentativo utile (Barella l’aveva murato…). Il secondo gol nasce da un equivoco: i nerazzurri, convinti che la sfera stesse uscendo in fallo laterale, si sono fermati quasi tutti, eccezion fatta per Di Lorenzo e Hojlund, i costruttori del raddoppio. Il terzino ha rincorso la sfera e l’ha appoggiata al danese, bravo a calciare forte e teso sul secondo palo nell’indifferenza generale, colpendo al cuore gli interisti nel momento di massima fragilità. Se si fa uno zoom nel momento in cui Hojlund carica il sinistro, si può notare il dettaglio che ha cambiato tutto: nessuno l’ha aggredito.

Contratto in scadenza, nessuna trattativa, la Turchia che chiama: Inter-Calhanoglu, è l’ultimo ballo

L’accordo tra il turco e la società scadrà naturalmente il 30 giugno del 2027: l’obiettivo resta quello di chiudere alla grande, poi

Zlatan Ibrahimovic è fermamente convinto che “il segreto sta nei capelli, sono come Sansone…”. Una figura biblica che legava appunto ai lunghi capelli un potere sovrumano. Così Hakan Calhanoglu, amico fraterno dell’advisor di Cardinale prima di passare a zero dal Milan all’Inter nel 2021, ha preso alla lettera le parole dello svedese: nuovo look costruito in estate tra la conclusione anticipata del Mondiale e il rientro a Milano, stessa centralità nel gruppo di Chivu e subito protagonista anche alle porte della stagione nuova.

La bordata con cui ha sbloccato l’esordio contro il Monza a 6′ appena dal via rappresenta solo un’ulteriore conferma di come il regista sia essenziale per l’equilibrio della squadra, e nonostante ogni estate si rincorrano voci di mercato attorno al nome di Hakan tra telenovele turche e una apparente voglia di ritorno in patria, Calhanoglu resta sempre lì, al centro dell’Inter. Però chissà quale sarà la situazione tra 12 mesi, una volta estinto naturalmente il contratto di Calha con l’Inter: la scadenza è fissata per il 30 giugno del 2027 e lo scenario sembra accompagnare il turco lontano da Milano e dall’Italia. Ma l’attenzione è rivolta solo e soltanto al presente.

Il centrocampo è il reparto in cui resiste la più grande abbondanza in casa Inter: Calhanoglu, Barella, il nuovo arrivato Jones, il rientrato Stankovic. Poi Zielinski, Sucic, Mkhitaryan, Diouf che all’occorrenza potrebbe tornare mezzala. Una grande quantità di soluzioni necessarie per essere competitivi in Italia e in Europa. Eppure, il più intoccabile sembra sempre Hakan. Un po’ per carenza di alternative nella posizione di regista – Barella e Zielinski possono adattarsi, Stankovic è stato testato in estate -, ma soprattutto per le capacità uniche del turco di interpretare il ruolo: geometrie, assist, gol, lotta. Nessun altro profilo presente in rosa garantisce la qualità di Hakan al centro del ring.

Spence, dal mancato riscatto del Genoa a un prezzo triplicato. Ecco perché l’Inter l’ha messo nel mirino

L’Inter vuole l’inglese per sistemare la fascia destra: in rossoblù era partito come vice di Sabelli, ma col tempo si è poi garantito un buon minutaggio.

Alle volte ci sono operazioni di mercato che riescono bene, altre… meno. E Djed Spence dal Tottenham al Genoa, con tutti gli incastri precedenti e successivi, rientra in entrambe le categorie. Perché il domino che nel gennaio del 2024 portò l’esterno a diventare il primo inglese negli ultimi 103 anni nella storia del club più british d’Italia (diventati oggi 105) include pure i nomi di Cambiaso, di Dragusin e della Juventus, oltre a quelli di Genoa e Tottenham. 

Per avere un quadro generale completo bisogna fare un balzo all’indietro al luglio del 2022: la Juve acquista Cambiaso versando al Grifone 6 milioni di euro più l’intero cartellino di Radu Dragusin (di recente passato alla Fiorentina) e il 15% sulla futura rivendita dell’esterno ligure. Dragusin a Genova vive un paio di stagioni di livello altissimo, tanto da convincere il Tottenham – gennaio 2024 – a sborsare quasi 30 milioni di euro inserendo pure il prestito semestrale proprio di Spence.

Non un prestito secco, ma con diritto di riscatto fissato a 10 milioni circa. Chissà quale sarebbe il valore dell’inglese oggi se la dirigenza rossoblù avesse potuto esercitarlo, quel diritto cancellato dai problemi finanziari dovuti al crac della proprietà dell’epoca – 777 Partners – mentre A-Cap si piazzava (non per molto, visto l’inserimento del romeno Sucu poco dopo) al timone della società. Di sicuro c’è che, limitandosi al campo, il prezzo di Spence sia triplicato o quasi rispetto a quei 10 milioni con cui il Genoa avrebbe potuto confermarlo.

Difesa alta, gioco verticale e più aggressività: come cambierebbe l’Inter con Romero

L’argentino è un leader, sia nel club che in nazionale: potrebbe giocare al centro della difesa con Bastoni sulla sinistra e Akanji dirottato a destra

Se l’Inter decidesse di fare l’investimento corposo del suo mercato estivo sul Cuti Romero, che giocatore si assicurerebbe per la difesa? Di sicuro un elemento che garantirebbe sempre un approccio propositivo in fase di costruzione e aggressivo difensivamente parlando. Fisico, è un tipo roccioso, e dopo gli ultimi anni in Inghilterra la stampa inglese ha ribadito quanto garantisca uno stile di gioco “senza compromessi” grazie a quella sua “riconoscibile e spavalda sicurezza di sé”. Si prende i suoi rischi e non si spaventa se gli si chiede di farsi leader. Coraggioso quando deve mantenere il possesso e salire infilando centrocampo e difesa avversaria. Il che non dispiacerebbe affatto a un Cristian Chivu che vuole una linea di difesa alta e un gioco sempre più verticale. Romero gioca come è, con gli stessi pregi di un carattere forte ma a volte anche troppo risoluto.

Provando a collocarlo nella linea a tre dell’Inter, agirebbe al centro, con Alessandro Bastoni sulla sinistra e Manuel Akanji dirottato a destra. Una soluzione che “sacrificherebbe” Yann Bisseck ma che allo stesso tempo garantirebbe un ricambio di livello che col triplice impegno non è certo da sottovalutare. In difesa l’Inter ha bisogno di un paio di rinforzi visto che in due se ne sono andati (i soliti Acerbi e De Vrij per la scadenza del contratto), e anche se la società non è chiamata a fare due investimenti grossi in questo reparto – basta un profilo pronto, come Romero appunto, e uno ben più economico e giovane da crescere – non è escluso che dalla fascia destra la priorità sia diventata proprio il centrale. Non ultimo, visto anche che la pista Romero non è poi così impossibile da percorrere. Anzi.