Simone: “Leao è un Peter Pan, da punta è limitato. Openda e David non segnano perché…”

L’ex attaccante rossonero: “Il mio agente mi mise davanti due contratti, uno col Milan e uno con la Juve. Scelsi il primo perché era l’inizio dell’era Berlusconi e Milanello è vicino a Castellanza, alla Juve ci mandò Casiraghi…”

Primavera del 1989, Marco Simone è una promessa del Como e si trova in ritiro con l’Italia Under 21. Alla porta della sua stanza bussa Oscar Damiani, il suo agente. “Aveva in mano due contratti identici – racconta l’ex attaccante, oggi presidente del Monaco United -. Stessa durata, stesso ingaggio, ma il nome di due squadre diverse. Il primo era del Milan, l’altro della Juventus”. Il finale della storia lo conosciamo già. Simone sceglie il Diavolo e in rossonero festeggia 14 trofei in otto anni. “Per me fu una decisione facile: mio padre era interista, ma a vedere le partite a San Siro da bimbo mi portavano i miei zii milanisti. In più, eravamo all’inizio dell’era Berlusconi, la squadra giocava un calcio magnifico. E poi Milanello è vicino a Castellanza, sai che comodità? (ride ndr)”. 

“Beh, direi proprio di sì. Damiani aveva anche un altro giovane centravanti, Casiraghi. Uno doveva andare al Milan, l’altro alla Juve. Alla fine sono stato più fortunato io, anche se Gigi era molto forte e anche lui ha avuto una grande carriera”. 

“Penso di sì, ai miei occhi il fascino di San Siro non ha eguali, quindi alla fine sarei finito a giocare a Milano comunque”. 

“A nessuna squadra italiana ho fatto più gol (ride ndr). Non so bene il perché, ma quando affrontavo la Juve avevo una carica speciale. O forse il perché lo so: la Signora è sempre stata un punto di riferimento per il calcio in Italia, giocarci contro era speciale”.