Cardinale dà i voti al Milan: Ramos isolato ma senza colpe, Rabiot bocciato e si salvano solo

Lo sviluppo offensivo che doveva rappresentare la vera novità è invece il problema prioritario per il tecnico, chiamato ora a una svolta

Dominante e aggressivo, non più in attesa degli eventi. E, per i più esigenti, anche spettacolare e divertente: Amorim aveva chiesto un netto taglio con il passato. Risultato? Il nuovo Milan è ancora in costruzione, come normale che sia dopo aver dato avvio ai lavori solo l’estate scorsa e ordinato la demolizione della struttura precedente, ma quello che si intravede è un gruppo fermo a certi vecchi principi.

Il Diavolo voleva spaventare gli avversari e invece è ancora un diavoletto e per di più spuntato, dal momento che il centravanti che doveva essere il volto cattivo della nuova squadra è in realtà un 9 con l’espressione spaesata e troppo poco feroce. Contro il Sassuolo Ramos ha avuto il merito di provarci con un paio di conclusioni nello specchio della porta. Oltre al gol di Rabiot, unico lampo dell’ultima prova del francese, il Milan ha calciato altre tre volte nello specchio e due fuori. Per le premesse iniziali dovrebbe essere la normalità e invece sia per conclusioni tentate che per tiri da fuori area i rossoneri si collocano nella parte destra della classifica. Dominio e spettacolo restano traguardi lontani. 

Il nuovo progetto è ancora teoria: risultati (squadra imbattuta in campionato) e classifica sono accettabili ma serve comunque un deciso cambio di passo. Del resto, è ciò che ordina il padrone. In tutto: gioco, occasioni, atteggiamento, intensità, pressing. La sosta può non aver giovato, con ben quindici rossoneri (più di tutti in A) impegnati con le rispettive nazionali: chi è rimasto a Milanello, casualità, come Gabbia e Saelemaekers finiti ko.

Milan, guarda la porta! La squadra di Amorim tira meno di Monza, Venezia e Frosinone: i motivi

I rossoneri sono tredicesimi per tiri e ultimi da fuori area. Preoccupante. La chiave per crescere? Pulisic

Avete notato che il Milan calcia pochissimo in porta (e ancora meno da fuori area)? Amorim è terzo per possesso palla in campionato dopo Inter e Como e per il 60% del tempo ha il pallone tra i piedi: un suo successo da allenatore. Il punto è capire come il Milan usi quel pallone e perché fatichi a calciare in porta, nonostante i tanti giocatori offensivi a disposizione. Due statistiche colpiscono. 

Il Milan per tiri è tredicesimo. La squadra che calcia di più è il Como: 110 tiri in campionato. L’Inter è seconda con 108, la Roma terza con 96. Il Milan arriva (tra le altre) dopo Sassuolo, Frosinone, Monza, Venezia e Udinese ed è curioso: nella scorsa stagione, con Allegri che aspettava volentieri gli avversari, era settimo. Il milanista che calcia di più è Gonçalo Ramos: 12 tiri in 5 giornate, sedicesimo in A assieme a Ekkelenkamp, Pio Esposito e Conceiçao. Nessun altro milanista è in doppia cifra. Sì, Amorim può essere preoccupato.

Altro dato. Il Milan è la squadra di A che tira meno da fuori area: 14 tiri in 5 partite. Il Sassuolo, avversario della settimana, è a 35, terzo dopo Como e Juve. La vecchia arte del tiro da lontano è in crisi (chi calcia più come Lampard, Gerrard, Del Piero, Pirlo, Pogba?) ma il Milan sembra più in difficoltà di tutti. Non ha specialisti nel tiro da lontano e, in generale, negli ultimi 30 metri ha faticato: qualche errore tecnico nell’ultima giocata, gli errori di Gonçalo Ramos contro il Venezia, la difficoltà di combinare per arrivare in porta. 

Il talento però non manca e diverse buone cose si sono viste, a livello individuale – le improvvisazioni di Diego Moreira, qualche momento di Cisse, il solito Rabiot – e collettivo, soprattutto contro il Lecce. La grande chiave sarebbe il ritorno ad alti livelli di Christian Pulisic. CP11 aggiunge la profondità e per il Milan è come passare a una realtà a tre dimensioni. Un’altra vita.

Camarda, il momento no continua: diventa riserva da centravanti anche di… Cisse

Baldini sceglie Alphadjo come punta per la partita decisiva dell’Italia U-21 contro la Polonia. Un segnale anche in chiave Milan: e i discorsi su un possibile prestito.

Il Milan, anche se non sembra, alle 18.15 giocherà una partita. Emotiva, ma pur sempre una partita. L’Italia Under 21 si giocherà la qualificazione diretta all’Europeo a Pescara contro la Polonia e il centravanti di Baldini sarà Alphadjo Cisse. Ma come, un trequartista-seconda punta usato da numero 9 da una squadra che deve vincere con due gol di scarto? Sì. Ma come, con Camarda disponibile? Sì. 

La scelta dice molto sul momento di entrambi. Alphadjo Cisse ha vissuto due mesi sorprendenti col Milan e qualche giorno fa, in Armenia, ha tirato l’Italia fuori dai guai in extremis. Rischia di vedere il suo spazio ristretto dal ritorno di Christian Pulisic ma finora ha avuto spazio e ha risposto, ha dimostrato che la carriera è lunga, si vedrà, ma per ora ha meritato il suo posto nel Milan. Cisse appartiene a questo livello. Francesco Camarda invece è in attesa di giudizio. Da quando si è fatto male alla spalla destra, a gennaio, guarda gli altri giocare. Prima per l’infortunio, poi per le scelte di Amorim, che con una partita a settimana ha chiamato Gonçalo Ramos e ha detto “fai tu”. Il portoghese è stato sempre titolare. 

Amorim ha appena parlato della situazione: “La mia preoccupazione principale è creare più occasioni per tutti i miei giocatori, per Pulisic, per Camarda, per Cisse”. Il discorso per Camarda però è particolare. Camarda ha un anno e mezzo meno di Cisse (2008 contro 2006) ed è normale che non sia pronto per essere nel gruppo allargato dei 14-15 titolari del Milan.

La società in estate ha scelto di tenerlo e di non acquistare un altro centravanti e Amorim ha spiegato perché: “Camarda ha bisogno di non sentirsi la terza scelta, ma la seconda, così potrà essere pronto quando sarà chiamato in causa. In questo modo, si sentirà importante”. Il prossimo mese dirà molto, farà capire quanto spazio c’è per lui al Milan.

Juve, una nuova “spallettata” all’orizzonte? Il tecnico pensa a Woltemade con Kolo Muani

Il tedesco schierato “sotto punta” dietro al francese sarebbe solo l’ultima di tante intuizioni dell’allenatore di Certaldo: la soluzione è allo studio per sbloccare un attacco ancora senza gol

Negli ultimi tempi alla Continassa ci si mette ben poco a completare l’appello dei presenti e ciò che la sfortuna sta togliendo non si può che compensare con il duro lavoro, l’ambizione e un pizzico di intuito creativo. Dopo un giorno di riposo la Juventus ha cominciato a preparare la partita di domenica in casa del Sassuolo e, anche se il focus principale è comprensibilmente il centrocampo decimato, Luciano Spalletti sta provando a mettere a punto anche delle soluzioni che possano aiutare gli uomini offensivi a segnare: i centravanti sono ancora a secco e tra le ali soltanto Nico Gonzalez ha esultato in questo inizio di Serie A, a fronte di due gol dalla difesa (Gleison Bremer e Federico Gatti) e uno dalla mediana (Teun Koopmeiners). Così, nella testa dell’allenatore comincia a prendere forma uno schieramento che contempli allo stesso tempo Nick Woltemade e Randal Kolo Muani.

Addio al 4-2-3-1? Calma. Innanzitutto bisogna partire dalle parole dello stesso Spalletti, che dopo Juventus-Milan 1-1 ha spiegato come la convivenza tra i due attaccanti sia già nei suoi pensieri: “Nick e Randal possono giocare insieme, perché Woltemade può giocare ‘sotto’ così come Kolo Muani può giocare defilato, lo ha già fatto vedere in carriera”. Restando allo schieramento di partenza di questa Signora, quindi, la punta in prestito dal Newcastle partirebbe verosimilmente come trequartista alle spalle del francese, pronto ad assisterlo, servirlo ed eventualmente affiancarlo per alleggerirlo dalla pressione dei difensori e per occupare l’area avversaria.

Se invece il tecnico preferisse allinearli per favorirne ancor di più l’interscambiabilità, il modulo potrebbe prendere le sembianze di un 4-2-4, ovviamente da bilanciare con terzini più accorti e mediani a basso tasso di inserimenti. In ogni caso, in questi giorni Spalletti cercherà di testare più soluzioni e di conseguenza capire se la strada è percorribile già da Reggio Emilia oppure se per adesso resterà una soluzione a gara in corso, come gli ultimi minuti del match contro il Milan, improvvisati con l’esordio di Woltemade nella mischia finale e con Kolo Muani ancora in campo. 

Emergenza Juve, oggi Locatelli si opera: rischia da tre a sei mesi di stop, i dettagli

Rottura del menisco esterno per il capitano della Juventus, che non si rivedrà in campo fino al 2027: Spalletti in emergenza

La Juventus non perde tempo, Manuel Locatelli finirà sotto i ferri a Lione già nelle prossime ore. Il consulto mattutino dal luminare delle ginocchia Bertrand Sonnery Cottet ha confermato – e in un certo senso anche aumentato –  i timori di eri dopo gli accertamenti al J Medical del centrocampista, infortunatosi al ginocchio nel big match di domenica sera contro il Milan: rottura del menisco esterno e operazione inevitabile. Quadro anche più preoccupante dopo la visita dal guru transalpino. In base al tipo di intervento (2 le opzioni in questi casi, rimozione del menisco o suturazione),  il capitano rischia uno stop da 3 a 6 mesi. Una vera e propria mazzata per la Juventus di Luciano Spalletti e anche per l’Italia del ct Roberto Mancini.

Per Manuel intervento già programmato per questo pomeriggio all’Hopital Privé Jean Mermoz, dove opera lo specialista francese, lo stesso che negli ultimi anni ha preso in cura Gleison Bremer (crociato e menisco), Federico Gatti (menisco) oltre ovviamente a Khephren Thuram in settimana. Così in meno di dieci giorni – da lunedì scorso a oggi – la Juventus perde a lungo tre titolari: Kenan Yildiz (3 mesi, frattura al quinto metatarso del piede sinistro), Khephren Thuram (4 mesi e arrivederci al 2027, condropatia rotulea) e Locatelli: 2026 probabilmente già finito anche per lui.

Emergenza totale soprattutto in mezzo al campo, dove ora Spalletti ha soltanto Douglas Luiz, Koopmeiners e il giovane Owusu, promettente talento della Next Gen. Per la partita di domenica in casa del Sassuolo, alla Continassa sperano nei recuperi per la panchina di Pape Sarr e Weston McKennie, reduci da guai muscolari, o almeno di uno dei due. Spalletti incrocia le dita anche per Cambiaso (distorsione alla caviglia) perché se la mediana è contata, i bianconeri continuano a perdere pezzi anche negli altri reparti.

Leao, sette anni al Milan: eroe da scudetto, potenziale campione o flop? SONDAGGIO Che voto gli dareste

La parabola del portoghese al Milan inizia nell’estate 2019: tra lampi di talento e crolli improvvisi è sempre stato.

Estate 2019, a Milano si presenta un ragazzo semisconosciuto di appena vent’anni, rasato e con un sorriso contagioso. Sette anni dopo, beh, è cambiato un mondo. A San Siro Leao si era presentato con uno slalom e gol alla Fiorentina che faceva pensare di avere davanti un predestinato. Il Milan l’ha coccolato, protetto e, soprattutto, aspettato per quel salto definitivo di qualità…che non è mai arrivato.

Il picco di rendimento di Rafa si registra in due stagioni: lo scudetto 2022, vinto da Mvp del campionato e leader tecnico di un Milan sull’orlo della rinascita dopo il ritorno in Champions l’anno precedente, e la cavalcata europea fino alle semifinali di Champions la stagione seguente. Rafa fu decisivo nel ritorno dei quarti contro il Napoli, in un’annata conclusa con 16 gol e 15 assist. Record. A giugno 2023 il rinnovo a 7 milioni l’anno, la maglia numero 10, una fascia da capitano pronto ad aspettarlo e la clausola da 175 milioni, valida in ogni finestra di mercato a luglio. I milanisti cavalcavano la sua stessa onda d’entusiasmo. Tutta illusione, in realtà. 

Il 5 maggio 2024 è l’inizio della fine: il Milan pareggia 3-3 contro il Genoa e Rafa riceve i primi fischi di San Siro. È la fine del ciclo Pioli. Troppo insufficienti le prestazioni del portoghese nelle due sfide con la Roma nei quarti di Europa League. L’arrivo di Fonseca non fa altro che peggiorare le cose.

Pronti e via il cooling break con Theo contro la Lazio che aprirà una netta spaccatura nel rapporto col club. Neanche un altro suo connazionale come Conceiçao lo aiuterà a riprendersi. Con Allegri peggio ancora. Rafa gioca da punta, non rende e rimane senza segnare per due mesi. Bisticcerà con Max dopo un cambio in Lazio-Milan e verrà ricoperto di fischi dal suo pubblico al termine di Milan-Juve dello scorso aprile.

Milan-Diego Moreira: allo Strasburgo 45+20 milioni, martedì le visite mediche

Irossoneri hanno chiuso per l’arrivo in Italia di Diego Moreira dello Strasburgo. Operazione da 45 milioni di euro con 20 di bonus, con il 2004 belga che nella giornata di martedì 18 agosto alle 12 sbarcherà a Milano per visite mediche e firma.

Colpo a sorpresa del Milan. I rossoneri hanno chiuso per l’arrivo in Italia di Diego Moreira. Raggiunto l’accordo con lo Strasburgo per un’operazione da 45 milioni di euro più 20 milioni di bonus tra facili e difficili (dopo che il club francese aveva rifiutato in estate l’offerta della Roma da 35 milioni più 10 di bonus e il 10% sulla futura rivendita). Il giocatore nelle giornata di martedì 18 agosto alle 12 sarà in Italia dove svolgerà le visite mediche e firmerà il suo nuovo contrato con il Milan prima dell’annuncio ufficiale. Lo scorso 2 agosto, intanto, il giocatore ha postato sul suo profilo Instagram alcune foto di un suo allenamento individuale, una delle quali lo ritrae con la maglia del Milan (del connazionale Saelemaekers).

Anche i giallorossi si erano interessati a Diego Moreira per rinforzare il reparto esterni. La Roma per il 2004 belga era arrivata a offrire 35 milioni di euro più 10 di bonus e il 10% sulla futura rivendita, non trovando però l’intesa con lo Strasburgo che aveva una richiesta superiore (attorno ai 50 milioni). 

Modric: “Che bomber Ramos, mi ha eliminato dal Mondiale. Milan, l’anno scorso abbiamo sbagliato quando…”

Il regista croato parla del suo rinnovo: “Avevo deciso già a dicembre di restare, ho aspettato a firmare per ascoltare il mio corpo. Baresi era uno dei miei modelli da bambino, voglio vincere un trofeo al Milan anche per lui. Leao? Nella mia squadra lo vorrei”

Parole da leader. Anzi, da Pallone d’oro. Luka Modric ha parlato per la prima volta dopo il rinnovo del contratto con il Milan. In un momento emotivamente difficile per il popolo rossonero a causa della scomparsa di Baresi, il croato ha aperto il suo cuore, lui che da bambino tifava per il grande Milan capitanato da Franco. Ha confessato il sogno di vincere un trofeo per dedicarlo al numero 6, ma ha toccato anche altri argomenti: da Amorim a Leao, da Ramos al finale della scorsa annata che non gli è andato giù e che ora vuole dimenticare arricchendo la sua bacheca.

“Baresi per me rappresentava l’essenza del Milan. Era, se non il più grande, uno dei più grandi simboli di questo club, una persona molto umile, un leader che guidava con l’esempio. È una perdita enorme per il Milan, per tutti i milanisti. L’ho incontrato qualche anno fa, quando giocavo con il Real Madrid e a Los Angeles abbiamo sfidato il Milan. Non ho mai avuto l’opportunità di parlare con lui, ma è uno di quei giocatori che, quando da bambino ti innamori di un club, prendi come esempio. Anche se non giocava nel mio ruolo, lo ammiravo e pensavo: ‘È così che bisogna comportarsi e giocare a calcio'”. 

“Mi è sempre piaciuto il Milan fin da bambino e l’ho seguito prima di tutto per Zvonimir Boban, ma anche per giocatori come Franco e altri grandi campioni rossoneri. Lui era il capitano ed era sicuramente un’ispirazione per tutti i tifosi del Milan”. 

L’era degli Invincibili: Capello, Baresi e una difesa eroica. Quel Milan non perdeva mai

Il successore di Sacchi perfezionò l’opera di Arrigo: “Che unità: ognuno rendeva migliore l’altro”

Franchino era un Piscinin, ma era un Gigante. Era un Invincibile. Franchino era il capo-capitano di tutti e di tutto. Una volta gli hanno chiesto: Franco, quando hai cominciato a diventare Invincibile? E lui con il suo dolce filo di voce: “Non io, tutti. Io ero solo il libero. Tutti. Sacchi, Capello e la Squadra. Sì, scrivetela in maiuscolo: Squadra. Grande, meravigliosa, immensa.

Noi eravamo il Milan“. Diceva sempre, anche quando perdeva: “Sì, ok, abbiamo perso. E allora? Succede, capita. Chi non perde? Ma noi siamo il Milan”. Poi dirà ancora e, lui che parlava cosi poco, lo racconterà in uno struggente libro che si intitola Libero di sognare. “Forse abbiamo cominciato a diventare Invincibili contro il Real Madrid nell’aprile del 1989, quando dipingemmo il nostro capolavoro. Dominammo sotto ogni punto di vista: tecnico, tattico, fisico e mentale. Alla fine vincemmo 5-0. Non smettemmo mai di attaccare. Arrigo disse: ragazzo, è la partita perfetta”.

E ricordava a memoria la formazione di “quella” notte. “Giovanni Galli, Tassotti, Maldini, Colombo, poi Filippo Galli, Costacurta, io, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit, poi Virdis, Ancelotti”. Anche la panchina, Franco? “Certo: Pinato, Mussi, Viviani. Il nostro grandissimo Arrigo, Ramaccioni, il dottor Monti. In quella gara ero in totale controllo, una sensazione meravigliosa proprio perché figlia di sacrifici e visioni rivoluzionarie.

Ero un libero liberato. Ogni respiro, ogni sguardo, ogni movimento era bellezza. Ma fummo anche feroci. Non concedemmo nulla. Non ricordo quante volte li mandammo in fuorigioco”. Sacchi diceva: ventisette. Poi aumentava, ventinove o forse trentadue. E Franco, era l’elastico, con quella imperiosa mano alzata. Alt, fermi. Racconterà Franchino. “Contro il Real non avvertivo nemmeno la stanchezza, sospinto dall’entusiasmo di San Siro. Erano in ottantamila o forse novanta. Sembrava respirassimo assieme, come fossimo un corpo unico”. Erano un corpo unico. Franco dirà: “Ci sentivamo invincibili”. Ecco, al di là della serie positiva e dei punteggi, il Milan Invincibile nasce lì, davanti al presidente dei blancos, Ramon Mendoza, che, dopo il 5-0 esclama: “Es una verguenza”.

Fofana chiude Instagram e toglie i riferimenti al Milan. Mal di pancia o indizio di mercato? Cosa c’è dietro

Youssouf si gioca il futuro in un mese. Non ha parlato col Besiktas e ha una priorità: giocare tanto, meglio se in rossonero.

Youssouf Fofana ha dato una mano di vernice al profilo Instagram: via tutti i post, restano una distesa di bianco e una foto profilo tutta nera. Riferimenti al Milan, nessuno. Una scelta simile a quella di Mike Maignan. Perché lo ha fatto? Che cosa vuole dall’estate e della prossima stagione? Rispondiamo. Fofana ha voluto prendersi una pausa dai social e l’idea è di tornare, non di sparire per sempre. Quanto alla stagione, Youssouf vuole giocare, possibilmente nel Milan. Qui si apre il caso di mercato.

Fofana è rimasto molto deluso da Massimiliano Allegri e dall’ultima stagione milanista. “Ho cambiato ruolo per il Milan, ma non è il mio – ha detto -. E così mi sono giocato il Mondiale”. Nello specifico, Fofana ritiene di essere un mediano, uno dei due giocatori davanti alla difesa, non una mezzala. Vuol giocare 20 metri più indietro, non 20 metri più avanti, e si sente più a suo agio a recuperare palloni che a calciare in porta. Il sistema di Amorim può essere più adatto per lui per ritmo, intensità e richieste. 

Il punto allora sarà capire che cosa deciderà Amorim quando avrà Modric, Rabiot e Jashari a disposizione. Nel suo 3-4-2-1, i  centrocampisti centrali sono due, uno più bloccato, uno con più libertà di occupare la trequarti. Entrambi devono lavorare molto e per Fofana non sarebbe un problema. I minuti in campo invece sono un grande tema. Youssouf ai prossimi nove mesi chiede di essere protagonista: vuole giocare molto e possibilmente farlo al Milan. Le scelte di Amorim per questo peseranno. Nella prima amichevole, ha cominciato con Ricci e Comotto e ha utilizzato Fofana solo nel secondo tempo. Un brutto segno per Youssouf? Lo capiremo presto. Fofana nelle tre partite della tournée tra Australia e Indonesia avrà spazio. Nel frattempo, Jashari e Modric si uniranno al gruppo e in Italia, poco prima di Ferragosto, arriverà anche Rabiot.