Inter, Frattesi se ne va: quanto costa, quando parte, la pista Juve, le altre pretendenti

Il centrocampista ex Sassuolo è ai margini delle rotazioni di Chivu: i nerazzurri preferirebbero la partenza a gennaio ma non fanno sconti.

Separazione sarà: sì ma quando? Più che sulle modalità, ormai, per quanto riguarda l’addio di Frattesi, l’Inter si interroga soltanto sulle tempistiche. Perché il centrocampista sta vivendo il peggior periodo da quando da Reggio Emilia si è trasferito a Milano, e su questo non ci piove. Una mezza stagione negativa ma soprattutto strana, perché Frattesi veniva dall’onda lunga della scorsa annata in cui era stato spesso decisivo in partite passate alla storia (chiedere a Bayern Monaco e Barcellona). Chivu l’ha stimolato e coccolato, Davide sul campo non ha più risposto. L’ultimo graffio è stato proprio quello decisivo contro i blaugrana in semifinale di Champions. Da lì in avanti, il nulla. Se non un paio di assist nella partita più in discesa della stagione (il 5-1 di Coppa Italia contro il Venezia). È vero che l’ex Sassuolo è stato spesso frenato anche da vari problemini fisici, ma la resa non è stata all’altezza. E adesso è a un passo da un addio che piano piano prende una forma sempre più precisa.

L’idea è comune, sia da parte della società nerazzurra che dal calciatore stesso: la storia ha raggiunto il capolinea. L’anno scorso era stata l’Inter a muovere più di qualche rimostranza quando in serie si erano informate Roma, Napoli, Juve. Cessione sì, ma non a dirette concorrenti. Quindi prezzo “di favore” per i giallorossi – che però non riuscirono a superare i paletti del FFP -, ed elevatissimo per le altre: 40 milioni o niente. Oggi, inevitabilmente la valutazione non può che essersi quantomeno abbassata. Pochi mesi fa Frattesi decideva una semifinale di Champions, oggi non incide neppure contro Kairat Almaty o Union Saint-Gilloise. Quindi, due considerazioni. La prima: per l’addio di Frattesi “basteranno” una trentina di milioni (al Sassuolo l’Inter lo pagò circa 35 ma nel frattempo ha ammortizzato l’investimento); seconda: l’operazione si farà solo a titolo definitivo. Nessun prestito secco per rilanciarlo, nessun diritto di riscatto. Al massimo un obbligo, ma idealmente la cessione dovrebbe avvenire subito a titolo definitivo.  

Inter, il 2025 si chiude senza titoli: contro il Napoli è già uno snodo cruciale

I nerazzurri escono delusi dalla Supercoppa ma sono primi in Serie A: l’11 gennaio con Conte un duello da vincere per dare stabilità alla stagione.

Gennaio-dicembre: il rendiconto annuale boccia le pretese dell’Inter. Dalla Supercoppa si è partiti, con la dolorosa rimonta subita dal Milan, alla Supercoppa si è arrivati, con gli orribili rigori calciati contro il Bologna, per la certificazione di un 2025 senza titoli. L’ossessione della seconda stella è stata battuta ma è stata sostituita da un’altra psicosi: la sindrome da grande vittoria. Iscritta a sei tornei, compreso il grigio Mondiale per club, l’Inter non ha raccolto niente e in alcuni casi ha anche rimediato scoppole memorabili, vedi la finale di Champions a Monaco, dalla quale forse il nucleo storico della squadra non si è ancora ristabilito. 

E così Mkhitaryan, che nello scorso inverno parlava di “ingiocabili” per descrivere il livello di espressione del calcio interista, a Riad ha usato un altro aggettivo per raccontare la crisi di risultati: “inspiegabile”. In effetti, se esaminiamo le sei sconfitte del nuovo corso con l’aggiunta del primo pareggio stagionale che si è trasformato in un altro ko, Cristian Chivu ha ragione a sottolineare il peso dei dettagli negativi. Perché sono quelli che determinano la differenza in uno sport a basso punteggio e soprattutto nelle partite d’èlite. Ma se tante volte l’Inter ha dovuto maledire certe distrazioni, sintomi evidenti di superficialità e leggerezza, oppure la scarsa ferocia nell’area di rigore avversaria, i momenti particolari diventano malessere generale. L’episodio può essere casuale, la sommatoria degli incidenti è strutturale. Prendiamo l’esempio di Bisseck, senza voler in alcun modo puntare il dito contro un unico calciatore: il rigore regalato nella semifinale di Supercoppa si allinea ai movimenti incongrui costati la stessa sanzione contro Genoa e Lazio, nell’ultimo campionato della gestione Inzaghi.

Ranking Uefa, Italia più vicina al quinto posto in Champions: i calcoli per la rincorsa ai tedeschi

Malgrado i ko di Inter e Napoli, il turno favorevole in Europa League e Conference ci fa ridurre il distacco dalla Germania, seconda, e allungare sul Portogallo, quarto.

Nonostante le sconfitte di Napoli e Inter, l’Italia mette il turbo in questa tre giorni europea ed è sempre più vicina al secondo posto del ranking Uefa per Federazioni – che garantisce una squadra in più nella prossima edizione della Champions League – con 11,000 punti. In termini di classifica, infatti, abbiamo rosicchiato punti alla Germania seconda (11,142) e al tempo stesso abbiamo leggermente allungato sul Portogallo quarto (10,600). Guida la classifica come di consueto l’Inghilterra – che ha ben nove squadre impegnate nelle competizioni internazionali – con 12.500 punti. In quinta posizione c’è la Spagna con 10.375 punti. A seguire troviamo Polonia (10.125), Cipro (10.000), Francia (9.500), Danimarca (9.125) e Grecia (8.300). 

Tutto questo è stato possibile perché le formazioni tedesche hanno incontrato diverse difficoltà. Solo il Bayern Monaco è riuscito a vincere in Champions, sconfiggendo proprio lo Sporting, poi ci sono stati i pareggi di Bayer Leverkusen e Borussia Dortmund e la sconfitta dell’Eintracht a Barcellona. Per regolamento, nella fase a girone ogni vittoria assegna 2 punti e ogni pareggio ne assegna uno; il punteggio totale va poi diviso per il numero di squadre partecipanti della singola Federazione. Il risultato va poi sommato al punteggio già totalizzato nel ranking. 

Per Champions ed Europa League se ne riparlerà a gennaio, la Conference invece ha ancora un turno la prossima settimana. Occhi puntati sugli “scontri diretti” tra Federazioni, su tutti quello tra Juventus e Benfica in Champions e quello tra Roma e Stoccarda in Europa League che potrebbero rendere ancora migliore il piazzamento dell’Italia nei confronti delle rivali. Ci sarebbe anche l’Inter che riceve l’Arsenal, l’unica squadra a punteggio pieno nelle tre competizioni internazionali. Una prova difficilissima, ma non impossibile.

Milan, la decisione della Curva Sud dopo le ulteriori restrizioni: “Canteremo, ma niente colore”

Il messaggio social spiega la posizione degli ultras rossoneri in vista del derby: “Si alzerà forte la voce potente di quel muro nero che qualcuno continua a picconare ma che resiste”

La curva Sud ci sarà e sosterrà il Milan nel derby di stasera. La decisione è arrivata in tarda mattinata, dopo che nei giorni scorsi si era ventilata l’ipotesi di un nuovo sciopero del tifo a causa degli ultimi provvedimenti, tra cui il ritiro del nullaosta per i nuovi striscioni al secondo anello blu (Sodalizio rossonero in primis). “Al derby in Curva Sud troverete sì, lo stesso grigiore di inizio anno, quindi niente coreografie, stendardi e bandiere (…) – si legge sulla pagina Instagram del tifo caldo milanista -. Ci sarà però una grossa differenza rispetto ad agosto, dove siamo rimasti in silenzio per sensibilizzare l’opinione pubblica e la Società. Oggi non dobbiamo spiegare più nulla a nessuno perché tutti stanno vedendo cosa sta accadendo. Stasera quindi, si alzerà forte la voce potente di quel muro nero che qualcuno continua a picconare ma che resiste, perché oggi non ce la sentiamo di lasciare da soli Mister e squadra, del tutto incolpevoli in questa vicenda”.

La curva del Milan, così come quella dell’Inter, è particolarmente attenzionata dopo quanto emerso nell’inchiesta Doppia Curva della Procura di Milano, che ha portato già alla condanna in primo grado di 16 esponenti dei due direttivi, tra cui gli ex capi Andrea Beretta e Luca Lucci (10 anni a entrambi). Mesi di dialogo tra inquirenti, club e ultrà avevano fatto sì che nelle ultime settimane San Siro (sia Inter che Milan) fosse tornato a cantare e a colorarsi anche in curva, ma evidentemente la Procura ha ritenuto ci fossero elementi per dare un nuovo giro di vite al tifo organizzato, col fine di evitare il ripetersi delle situazioni portate alla luce nell’inchiesta.

Un derby alla milanese: anche l’arbitro è nato in città. Chi è Sozza e perché è già nella storia

Designato il direttore di gara che ha già arbitrato il 5-1 del 2023 e la finale di Supercoppa. È nato a Milano ma è cresciuto a Seregno. Il sindaco: “Un posto di milanisti o interisti? Alla pari. E vi racconto di quella volta che Paleari…”

Manca solo lo zafferano. Il derby di domenica sera sarà più milanese del risotto: Inter e Milan in campo, Simone Sozza con il fischietto. L’Aia ha ufficializzato le designazioni per il weekend e la partita più importante è andata come previso a Sozza di Seregno. Seregno, come la sezione in cui ha iniziato ad arbitrare a 15 anni. Sozza però è nato a Milano nel 1987 ed è l’unico arbitro milanese di nascita ad aver diretto il derby nel Dopoguerra.

Sozza ha già diretto Inter e Milan due volte, nel 2023 e a gennaio di quest’anno. Grandi gioie e grandi dolori, una volta per parte. A settembre 2023, la vittoria per 5-1 dell’Inter che segnò la stagione del Milan di Pioli. A gennaio, la rimonta rossonera nella finale di Supercoppa a Riad. Parità. Con tre derby diretti, entra nell’élite dei direttori italiani: Doveri e Mariani sono a 4 derby, Guida a 5, Collina a 6 di cui tre consecutivi (!) tra 2001 e 2002. Orsato è fermo a 2.

Per i non milanesi, Seregno è una città di 45mila abitanti a 25 chilometri da Milano. Per arrivarci, guidare verso Nord, in provincia di Monza e Brianza. Una città più milanista o più interista? Chiediamolo al sindaco. “Qui i tifosi sono divisi più o meno in parti uguali tra Inter, Milan e Juventus – dice il primo cittadino Alberto Rossi -. Il calcio ovviamente è una delle grandi passioni, da sempre.

Lo stadio Ferruccio è stato costruito dall’imprenditore Umberto Trabattoni, poi presidente del Milan e del Seregno, in memoria del figlio morto a 7 anni. All’ingresso degli spogliatoi, una grande iscrizione sul muro ricorda l’amichevole del 1935 tra il Seregno e la Nazionale di Vittorio Pozzo”.

Schelotto: “Quel gol nel derby me lo sono tatuato. E a fine partita Moratti mi disse…”

L’eroe di Inter-Milan 2013 rivive il colpo di testa che cambiò tutto: “Il calcio è pazzia e forza. Quel giorno mi liberai di un peso enorme. Il giorno prima ero in camera con Ricky Alvarez e ci raccontavamo cos’avremmo fatto se avessimo segnato”

Cinque minuti possono cambiare una vita intera? Risposta secca: sì. Ma soprattutto bastano per iscrivere un nome nero su bianco nella storia. Dell’Inter e del derby di Milano. Come quello di Ezequiel Schelotto, 12 presenze in nerazzurro tra gennaio e giugno del 2013 – da dividere per due se si calcola il minutaggio medio di 43’ – e un gol soltanto. Ma che gol. Pesante, determinante, quasi iconico. Perché se già di per sé esordire con la nuova squadra segnando è raro, figurarsi farlo nel derby cinque minuti dopo il primissimo ingresso in campo. 

“Che gran settimana è cominciata! È sempre particolare, specialmente per questo derby. Da oggi inizierò a ricevere chiamate, messaggi, rivivrò ricordi di quel gol. Io che pareggio cinque minuti dopo l’ingresso in campo, al mio esordio con l’Inter… Prima di ogni derby torno indietro di anni, oggi 12. Rivivere tutto ciò è sempre un orgoglio, riguardare il mio tatuaggio (la data della partita incisa sulla pelle, 24/02/13, ndr) mi fa capire di essere un privilegiato. E domenica ci sarò, come sempre”. 

“Certo, guarda qui. Durante i ritiri pre-partita condividevo la camera d’albergo sempre con Ricky Alvarez, argentino come me. La sera prima di quella partita stavamo fantasticando. A un certo punto mi dice: ‘Ma pensa se domani uno dei due entra e fa gol… Poi dovremmo organizzare qualcosa di speciale!’. E allora in quel momento arrivò la scommessa: se uno dei due segna, si fa un tatuaggio. A centrocampo Ricky corre verso di me e urla: ‘Domani tutti dal tatuatore!’. Il lunedì sono andato, e pure di corsa”. 

Inter in testa, l’Atalanta svolta, Napoli e Juve sperano: così l’Italia riparte in Champions

Il quarto turno ha migliorato la situazione dei nostri club nella grande coppa. Juric c’è, Conte e Spalletti invece non possono sbagliare più.

C’è solo l’Inter o quasi, però che fatica ieri i nerazzurri con il Kairat. L’ultimo turno di Champions ha risollevato lo status delle italiane: due successi (Inter e Atalanta), due pari (Juve e Napoli), nessuna sconfitta, ma la classifica sorride veramente soltanto ai nerazzurri, primi con Bayern e Arsenal, terzi per differenza reti. Il gol incredibile di Samardzic ha spinto l’Atalanta in zona playoff, ultima delle teste di serie, forse per Juric comincia un altro torneo. Anche il Napoli sarebbe agli spareggi, all’ultimo posto utile (24°): ma contro l’Eintracht è stato impossibile far gol. La Juve è addirittura fuori da tutto, 26a, e non ha ancora vinto. Ne abbiamo una per “zona” di qualificazione.

Le probabilità di portare quattro squadre oltre il gruppo restano intatte. Rispetto all’anno scorso, sembra che le prime stiano facendo prove di fuga anticipata, mentre dovrebbe abbassarsi la cifra minima per entrare ai playoff (era stata 11 punti nel 2024-25). Però alla quarta giornata eravamo messi molto meglio: Inter (5a) e Atalanta (8a) in prima fascia, Juve 11a e Milan 20°. Soltanto il Bologna era lontanissimo (31°). Oggi il bottino totale di punti è 26, alla media di 6,5. Un anno fa erano 31, media 6,4, ma il dato può ingannare. Avevamo cinque club e il Bologna aveva fatto un solo punto. Prendendo le prime quattro, la media sarebbe stata superiore (7,8).

Uno sguardo alla classifica rivela che non siamo i soli a soffrire. L’effetto sorpresa sembra finito o quasi: le prime 8 sono tutte big, Bayern, Arsenal, Inter, City, Psg, Real Madrid, Liverpool, solo il Newcastle (6°) è fuori dagli schemi. Niente Brest e Monaco. Il dato evidente è che domina la Premier con quattro club al vertice e 52 punti totali (media 8,7): ne può portare avanti sei su sei. Male anche la Spagna, non esaltanti Germania e Francia. Che sia la stagione in cui lo strapotere economico inglese diventa “fuga” solitaria?

Leggero, insicuro, già con le valigie in mano: Diouf, un mistero da 25 milioni

Il centrocampista francese, arrivato al posto di Koné, non trova spazio nell’Inter: fin qui solo 26′ a babbo morto, conditi da svarioni. E a gennaio potrebbe salutare per far spazio a Frendrup.

Leggero, timido, insicuro. Nonché per distacco il meno impiegato tra i nuovi acquisti dell’Inter, penultimo in generale in tutta la rosa nerazzurra sul piano del minutaggio con il solo Darmian (peraltro infortunato da parecchio) meno utilizzato di lui. Per riassumere l’Andy Diouf interista dopo i primi mesi trascorsi a Milano, basterebbero due parole: oggetto misterioso. Il francese è stato uno dei nuovi arrivi estivi da 25 milioni di euro (bonus più-bonus meno, come Bonny e Luis Henrique), ma indubbiamente è quello che più sta deludendo le aspettative. Soprattutto considerando che dalle parti di Appiano si è presentato una volta conclusa la telenovela Manu Koné: per progetti della società e disegno tattico del nuovo tecnico, ci si aspettava un centrocampista di rottura, dominante, capace di spaccare il ritmo nel mezzo, recuperare palla e ribaltare azioni difensive sull’altro lato del campo. Invece, dopo una trattativa condotta da Piero Ausilio, è arrivato Diouf. 

Difficile capire di che tipologia di centrocampista si tratti, avendo il francese giocato 26′ appena sui più di 1080 (minuti di recupero esclusi…) a disposizione. Le occasioni fin qui non sono state certamente molte, ma di altrettanto certo c’è che nei – pochi – minuti avuti a disposizione, il francese abbia dato l’impressione di essere un corpo esterno. Leggero, distratto. Diouf è subentrato all’esordio in campionato contro il Torino ma subito ha lasciato il segno in negativo con due svarioni da matita rossa, e pure un mesetto e mezzo scarso più tardi, in una partita in discesa come quella con la Cremonese in cui è entrato sul 4-0, ha ridato le stesse impressioni. Ma quindi, dove sta il problema?

Inter, emergenza in porta. Chi sono Calligaris e Taho, i giovani promossi in prima squadra

Con Martinez fermo dopo il tragico incidente e Di Gennaro infortunato, Chivu si affida ai portieri cresciuti nel vivaio.

I due ragazzini sono chiamati a tenersi pronti: non si sa mai. Josep Martinez non sarà disponibile per almeno un paio di partite. Lo spagnolo ha investito con l’auto un uomo di 81 anni - morto sul colpo – e tornerà ad allenarsi la prossima settimana. È ancora sotto shock. Salterà Fiorentina, Verona e probabilmente anche la sfida di Champions contro il Kairat Almaty. La società gli ha messo a disposizione uno psicologo per aiutarlo, ma nel frattempo il calendario scorre e l’Inter deve tenersi pronta: dietro Sommer ci saranno il ventenne Alessandro Calligaris – già aggregato alla prima squadra da un paio di settimane a causa dell’infortunio del terzo portiere Raffaele Di Gennaro – e il diciottenne Alain Thao. 

Calligaris, 2005, nato e cresciuto a Udine, difende i pali dell’Inter Under 23 in Serie C. L’anno scorso ha vinto da titolare il campionato primavera. In stagione ha collezionato otto presenze tra i professionisti blindando la porta in due occasioni. Ha saltato solo le prime due sfide contro Novara e Pro Patria e il debutto in Coppa Italia Serie C contro il Lumezzane. Non ha preso parte neanche alla sfida col Renate poiché impegnato con la prima squadra. L’anno scorso ha collezionato 13 clean sheet in 33 partite in tutte le competizioni. L’avevamo intervistato dopo un Inter-Bayern Monaco in Youth League, quando parò il rigore decisivo. “Non me n’ero neanche accorto”, raccontò. Come Donnarumma all’Europeo 2021. Per lui anche 21 panchine in prima squadra. Chivu se l’è portato al Mondiale per Club. 

Dopo il ko di Di Gennaro, Calligaris è diventato il terzo portiere. Ma ciò che è successo a Martinez ha cambiato i piani. Il portiere numero tre sarà Alain Taho, titolare della Primavera di Benito Carbone: quest’anno ha totalizzato cinque presenze in campionato, tre in Youth League e una in Supercoppa contro il Cagliari, dove ha parato il rigore di Liteta. Decisivo: l’Inter ha vinto il trofeo anche grazie a lui. Classe 2007, 18 anni, è nato il giorno dopo un Inter-Empoli vinto 3-1 con gol di Stankovic, Recoba e Cruz.

Singoli disorientati, reparto traballante: Inter, è di nuovo allarme in difesa

Al Maradona il reparto si è mostrato fragile. Acerbi disorientato, anche Akanji fuori giri.

C’è un problema in difesa. Di nuovo. L’Inter ha collassato nel sistema e nei singoli, concedendo due gol puerili al Napoli che hanno scavato, definitivo, il fossato della differenza. E ora deve contare i danni del vuoto, che per Chivu pesa molto più del rigore contestato da Marotta.

È stato certamente bravo Conte a piazzare Neres nella posizione di centravanti, togliendo preziosi riferimenti ad Acerbi. Ma la volata centrale di McTominay, liberato da un lancio apparentemente innocuo di Spinazzola, appartiene alla categoria degli errori imperdonabili. E che dire del 3-1 di Anguissa, che si è infilato centralmente senza trovare alcuna opposizione prima di spostare il pallone e calciarlo dietro alle spalle di Sommer? È raro osservare azioni così in Serie A, tanto più nelle partite d’élite.

Il passo indietro, al di là della bravura degli avversari, è preoccupante perché risveglia i tentennamenti di inizio stagione. Questa squadra è abbastanza solida, oltre che forte quando ha la palla tra i piedi? È giusto sottolineare che l’Inter veniva da una serie di sette vittorie consecutive tra campionato e Champions nelle quali aveva concesso appena 2 reti. Ma anche nelle settimane del filotto non era sembrata impeccabile difensivamente: a Bruxelles contro il Saint-Gilloise qualche avvisaglia sinistra di un cedimento si era avvertita, nei primi venti minuti che Sommer e la sbadataggine altrui avevano cancellato; a Roma, quando il guizzo di Bonny era bastato per vidimare la vittoria, per buona parte del secondo tempo l’Inter aveva sofferto la pressione avversaria, tanto da suggerire a Chivu di chiudere con Frattesi in attacco accanto a Pio Esposito per proteggere il vantaggio.