Juve e Milan, crisi diverse ma stessa confusione. È ora di pensare al futuro

Entrambe le società devono scegliere l’allenatore giusto per ricostruire. E al Diavolo serve urgentemente un direttore sportivo. Lo scorso giugno, a distanza di ventiquattr’ore uno dall’altra, Milan e Juventus annunciavano i loro nuovi allenatori, ai quali avevano affidato un progetto a lunga scadenza: sia Paulo Fonseca che Thiago Motta avevano firmato un contratto di tre anni. A fine marzo, il piatto piange: Fonseca è stato esonerato dopo 7 mesi, Motta dopo 9, l’addio si è consumato più o meno a un quarto del cammino.

È la legge dei grandi club dove il tempo è relativo e dove tutto dipende sempre e comunque dai risultati, certo, ma questa volta, per analizzare a fondo i problemi di Juve e Milan, non possiamo fermarci qui. Perché se per due squadre che hanno fatto la storia del calcio italiano e mondiale, giocare la prossima Champions equivale a una vittoria, allora c’è qualcosa che non va. E se i due allenatori subentrati, Conceiçao e Tudor, sono con molte probabilità destinati a salutare alla fine della stagione, allora siamo oltre la “semplice” annata storta.

Da entrambe le parti si sono verificati errori da non ripetere, con responsabilità da sottolineare e, in alcuni casi, anche da individuare. Penso al Milan, dove tutto mi sembra complicato: la catena di comando, esattamente, qual è? Se l’allenatore scelto a inizio stagione finisce per non convincere, se le strategie di mercato non hanno funzionato, dovrebbe essere possibile individuare una figura dirigenziale che quei giocatori e quell’allenatore li ha scelti, invece in casa rossonera non è ancora chiaro chi fa cosa. Ibrahimovic non è un dirigente ma un advisor della proprietà, eppure tempo fa ha detto che il boss è lui e che comanda lui. Tuttavia, le gerarchie nella scelta del nuovo ds sembrano andare in un’altra direzione, con l’ad Furlani in prima fila. Persino i tifosi sono in confusione, non sanno a chi dare davvero la colpa per una stagione che rischia seriamente di chiudersi senza un posto nella Champions che verrà.

Ora la Juve riparte da Vlahovic: cosa gli ha chiesto Tudor. Sarà tridente con Yildiz e Kolo Muani

Gol per la Champions e un ritorno da protagonista: Dusan tornerà al centro della Juve in questo finale di stagione in cui il nuovo tecnico si aspetta tanto anche dal turco e dal francese.

Nove è il numero che Dusan Vlahovic porta sulle spalle, il centravanti prima spolpato e poi accantonato che il nuovo tecnico vuole rilanciare e che nel 2022 incoronò come il migliore della Serie A. Sarà la prima mossa per dare la scossa ma non l’unica del sergente di ferro della Signora, che ripartirà da concetti semplici ma essenziali: solidità in difesa e concretezza in fase offensiva.

«Osimhen? No, per me l’attaccante più forte del campionato è Vlahovic», sentenziò Tudor durante una conferenza stampa quando era l’allenatore del Verona. Chissà se Dusan avrà sentito queste parole e se per presentarsi nella maniera migliore al nuovo allenatore abbia scelto proprio il giorno dell’annuncio ufficiale per tornare a segnare con la Serbia due anni dopo l’ultima volta (27 marzo 2023 contro il Montenegro). DV9 è tornato a sorridere e oggi si presenterà alla Continassa con il volto meno corrucciato, sapendo che avrà più chance di giocare dall’inizio. Motta utilizzava una punta sola e aveva scelto Randal Kolo Muani, arrivato nel mercato di gennaio dal Psg, relegando Vlahovic al ruolo di comparsa.

Tudor ripartirà dalla difesa a tre e dalla solidità difensiva, ovvero quello che la società aveva chiesto a Motta nell’ultimo periodo. Fino al tracollo contro l’Atalanta la Signora aveva la miglior difesa del campionato e bisogna assolutamente ritrovare l’equilibrio che fino a quel momento le aveva consentito di subire pochi gol, nonostante il precoce infortunio di Gleison Bremer, il migliore del reparto.

In carriera Tudor ha utilizzato sia il 3-4-2-1 sia il 3-4-1-2, sistemi di gioco che possono essere applicabili entrambi alla Juventus, in base agli uomini e alle situazioni.  Eppure con il Cagliari (ultima apparizione nell’undici titolare in campionato) aveva segnato e con suoi 14 centri è per distacco il miglior marcatore di Madama (al secondo posto Kenan Yildiz e Timothy Weah con meno della metà dei gol, 6).

Juve, l’incompiuta: panchine girevoli con zero scudetti. E alle porte una nuova rivoluzione

Motta non è più al sicuro: il club rischia ancora una volta di ricominciare daccapo

Un lustro senza lustro: gli ultimi cinque anni saranno archiviati dalla Juve con il timbro “zero scudetti”. I campionati a stecchetto arrivano dopo il periodo di tirannia bianconera in Italia, con i nove titoli di fila. Il digiuno dopo l’abbuffata: non è la prima volta che accade alla Signora. Nel Dopoguerra, basta ricordare le carestie senza tricolori dal 1986 al 1995 e dal 2003 al 2012: i precedenti esistono, però non possono funzionare come consolazione. Con Thiago Motta in panchina, sono arrivate a stretto giro le eliminazioni in Champions League con il Psv e in Coppa Italia con l’Empoli, non proprio due corazzate. Poi la disfatta con l’Atalanta in campionato. Il termine “annata fallimentare” può sembrare cattivello, ma soltanto per il fatto che la Juve adesso in A occupa il quarto posto. A Motta non si chiedeva la conquista dello scudetto a tutti i costi, anche se gli è stato consegnato un organico rinforzato con Koopmeiners, costato 51,3 milioni, Douglas Luiz, 50, e Nico Gonzalez, 33.

I tre colpi finora hanno deluso, non soltanto se si considerano i loro prezzi d’acquisto, ma in termini assoluti. Non banali nemmeno gli investimenti da doppia cifra su Khephren Thuram (20 milioni), Di Gregorio (18), Cabal (11), più gli innesti invernali Kelly (17,5) e Alberto Costa (12,5). Una campagna che per ora ha prodotto un quarto posto a 52 punti, nemmeno tanto blindato, con la Lazio a quota 51 e il Bologna a 50. Motta avrebbe tra le attenuanti il ko a inizio stagione del totem Bremer, ma fa bene a non citarlo. Il quinquennio di latta sta per concludersi, Thiago vacilla: è probabile che per restare non gli basti nemmeno il pass per la Champions. Rispuntano inesorabili i candidati alla successione: stavolta la rosa è formata da Gasperini, Conte e Pioli. Il tratto comune è che sono tutti, in epoche diverse, ex bianconeri. Si tornerebbe sul luogo del misfatto: altro cambio di guida tecnica. 

Juve, devi decidere presto su Motta (al di là della Champions)

L’umiliazione contro l’Atalanta, i dissidi con i giocatori, la confusione tattica… Con il Mondiale alle porte la Juve deve esprimersi sul tecnico.

Non è questione di un 4-0 più o meno umiliante, sebbene sconfitte così lascino una cicatrice che non se ne va più. È che il re è definitivamente nudo. Se anche fosse finita con un risultato meno avvilente, contro l’Atalanta si vedrebbe che la Juve ancora una volta non sa cosa fare se ha la palla, e se la palla ce l’hanno gli altri si difende con grinta ma poca strategia e senza personalità. I problemi intravisti a settembre, dopo l’illusoria partenza veloce, sono rimasti gli stessi, anzi si sono radicati, allontanando la soluzione. Pensavamo che il tempo sarebbe stato un alleato di Motta, perché il suo calcio cerebrale è di tempo che ha bisogno. Ma dopo Psv, Empoli e Atalanta, le tre gare fallite che avrebbero dato un senso a tre tornei, il discorso cambia. Insinuando il dubbio che il Motta del Bologna fosse un’allucinazione collettiva. 

Non può essere così: una stagione da Champions come l’ultima non può essere cancellata, ma la vecchia regola per cui le maglie hanno paesi diversi, e quella della Juve è heavy metal, si adatta anche ai tecnici. Dire che non è da Juve licenziare l’allenatore a metà stagione è una frase fuori dal tempo, più che altro non esiste alternativa credibile, altrimenti chissà. Le dinamiche sono diverse: fino agli Anni 90 una stagione si poteva “perdere”, ma oggi è impossibile non calcolare gli effetti sul bilancio, vero regolatore delle scelte. La Juve è in una situazione complicata con il fair play finanziario, da CR7 in poi è in deficit, ha ricapitalizzato più volte ma ora ha bisogno dei milioni Champions. Non qualificarsi per la prossima stagione, dopo aver interrotto questa contro il Psv già sconfitto due volte, sarebbe grave: non potendo spendere, il ridimensionamento tecnico sarebbe inevitabile. 

Cosa fare allora con Motta? Anche un quarto posto — lasciamo stare il quinto, salvo harakiri spagnolo — forse non sarà sufficiente. Non deciderà soltanto la classifica: meglio non dimenticare che Allegri e Sarri sono andati via da campioni. Per la nuova Juve vincere non è più tutto. Questione di rapporti, di essere “da” Juve.

Inoffensiva e piena di errori: i numeri (horror) del tracollo della Juve contro l’Atalanta

La miglior difesa del campionato si è sbriciolata così sotto i colpi del miglior attacco

Due tiri in porta (solo nel compromesso finale), una serie di errori tecnici che hanno originato la metà dei gol avversari (7 giocatori juventini sono andati in doppia cifra di palle perse) e una produzione offensiva praticamente inesistente. In due parole, una pochezza disarmante.

Il risultato di Juve-Atalanta, pur pesantissimo e storico (nessuno aveva mai vinto con 4 gol di scarto all’Allianz Stadium e i bianconeri non uscivano battuti per 0-4 in casa dal 1967), è la fotografia soltanto parziale di quello che si è visto sul campo. Se non ci fosse stato il palo e una miracolosa parata di Di Gregorio al primo minuto di recupero del primo tempo, lo score per la squadra di Gasperini sarebbe stato ancora più ampio. Mentre Carnesecchi non si è quasi nemmeno dovuto sporcare i guanti.

Rispetto a due mesi fa, quando le due squadre si erano affrontate al Gewiss Stadium, i Juve hanno deciso di non lasciare il pallino del gioco agli avversari, ma di provare a fare la partita. Per la Juve, però, che pure veniva da 5 vittorie consecutive, è parso un bruschissimo ritorno alle origini. Sembrava di rivedere le gare di inizio campionato contro Roma, Empoli o Napoli (tutte finite 0-0), quando la squadra di Motta teneva moltissimo il possesso palla, ma non riusciva mai a rendersi pericolosa. La differenza, però, è che stavolta di fronte c’era una squadra spietata. E che la miglior difesa del campionato si è sbriciolata sotto i colpi del miglior attacco. Ma, soprattutto, che la Juve più verticale che Motta ha plasmato da febbraio, ha molto meno equilibrio di un tempo: se prima pareggiava troppe partite (17 nelle prime 30 gare stagionali), questa non conosce mezze misure. Alla fine, dunque, la Juve avrà tenuto quasi il doppio del tempo il pallone rispetto all’Atalanta (63,3% contro 36,7%), ma senza nessuna utilità: appena 2 i tiri in porta contro i 9 degli avversari, divario che diminuisce un po’ nelle dimensioni se si considerano le conclusioni totali (9 juventine contro le 19 atalantine).

Juve e Atalanta, ma contro chi siete uscite? Psv e Bruges prendono 10 gol negli ottavi di Champions

Le due squadre che hanno eliminato dall’Europa la Signora e la Dea sono crollate contro Arsenal (1-7) e Aston Villa (1-3)

Il Bruges che ha eliminato l’Atalanta dalla Champions League ha perso 3-1 l’andata degli ottavi contro l’Aston Villa. Il Psv che ha buttato fuori la Juve dalla stessa competizione ai playoff è stato schiacciato dall’Arsenal che ha vinto 7-1. Due sconfitte pesanti, entrambe subite in casa da parte delle due formazioni che hanno superato appena due settimane fa le squadre di Gasperini e Motta. Questi due risultati dei primi 90 minuti di ottavi di finale di Champions League fanno aumentare ancora di più i rimpianti delle due italiane, out per non aver superato chi ora arranca o capitola sonoramente nella stessa competizione a distanza di 14 giorni dalle rispettive ‘imprese’.

Le inglesi non hanno lasciato niente alle avversarie: dieci gol in totale, appena due subiti e possibilità per Bruges e Psv di passare il turno vicine allo zero. Soprattutto per la squadra di Eindhoven che il 12 marzo in casa dell’Arsenal dovrebbe segnare a sua volta 7 gol, senza prenderne, per festeggiare un passaggio di turno ai quarti di finale. Scenario surreale. E in questo contesto di crollo di belgi e olandesi, Juve e Atalanta davanti alla tv si staranno mangiando le mani, piene di rimpianti perché (almeno) l’obiettivo ottavi contro due squadre modeste era decisamente alla portata. Domani invece sarà il turno delle milanesi, con l’Inter che giocherà a Rotterdam l’andata contro il Feyenoord che ha eliminato il Milan. La squadra olandese si rivelerà un flop dopo i playoff come le colleghe che hanno condannato Juventus e Atalanta? All’Inter, unica italiana ancora in corsa, il compito di non ripetere quanto fatto dai rossoneri due settimane fa.

Gol, pochi sorrisi, tanta autocritica e una scommessa vinta: Juve, è tornato Vlahovic

Prima partita da titolare nel 2025 per Dusan Vlahovic, che dopo la rete prima fa il gesto dell’orchestra e poi… segna un canestro. E sul dualismo con Kolo Muani: “Sono un professionista.

Viene da chiedersi dove eravamo rimasti perché tra il 2 e il 23 febbraio ne sono successe di cose. La Juve ha vinto tre (ora quattro) partite di fila in campionato la migliore striscia stagionale, ha vinto il derby d’Italia, ha battuto il Psv all’andata, ha perso al ritorno, è uscita dalla Champions League, ha agganciato il quarto posto poi è tornata quinta e adesso è di nuovo nell’ultima carrozza del treno europeo dell’anno prossimo, ha scoperto Renato Veiga, celebrato Kolo Muani e visto finire Vlahovic ai margini come non era mai accaduto. Adesso però, dopo quasi due mesi, in campionato DV9 è tornato titolare e l’ha fatto a modo suo: accompagnato da un gol. Dall’ottava alla nona rete di Dusan in questa Serie A (la 14esima in totale in stagione) è successo di tutto, davvero. Ma è da qui che ora il serbo riparte, come a dire ricomincio da tre… punti.

Meno cinematografica è stata la sua esultanza. Musicale, come quella dopo il gol allo Stadium contro l’Empoli, con la bacchetta in mano all’Unipol Domus a dirigere gli applausi dello spicchio di tifosi bianconeri presenti in Sardegna; ma anche da cestista, di quelli che hanno appena piazzato un tiro da tre punti. Una scommessa con i fisioterapisti l’ha ispirato come se fosse stato sotto canestro. Alla sua prima da titolare nel 2025, Vlahovic ha toccato quota 42 gol e 8 assist complessivi in 95 presenze con la maglia della Juve addosso: è il quinto giocatore con 50 partecipazioni attive a una rete con una singola squadra in Serie A, dopo Lautaro (78 con l’Inter), Leao (61 con il Milan), Lookman (59) e Osimhen (54). E il Cagliari si conferma una delle vittime preferite di DV9 che ai sardi aveva segnato anche all’andata: dalla stagione 2019-20 nessun giocatore ha realizzato più reti di lui contro il Cagliari in Serie A: otto, come Cristiano Ronaldo e Lautaro.

Sorteggio Champions: ecco perché l’Inter spera di trovare il Feyenoord e non il Psv

Domani alle 12 dall’urna di Nyon usciranno gli accoppiamenti degli ottavi. I nerazzurri sono l’unica italiana in corsa e pescheranno uno dei due club olandesi che hanno eliminato Juve e Milan, ma in ottica quarti.

Pericolo olandese per l’Inter, l’ultima italiana rimasta in corsa per la Champions. Addio Juve, Milan e Atalanta e niente derby, un’eventualità possibile se bianconeri o rossoneri fossero andati avanti. Pericolo olandese che non avremmo mai immaginato di sottolineare prima del sorteggio degli ottavi. Il Psv e il Feyenoord club da temere? E se ci fossero stati Real e Bayern? Ma così va questa Champions. 

Il Psv sconfitto dalla Juve nella prima giornata e poi nell’andata dei playoff. Il Feyenoord che aveva ceduto Gimenez al Milan e cambiato allenatore prima della sfida. Per non parlare del Bruges, ultimo delle qualificate, contro l’Atalanta dominante di Barcellona e Arsenal. Ex dominante. Quello dei playoff sembrava un grande sorteggio, è stato un disastro cosmico, tra dettagli non sempre fortunati e scelte sicuramente sbagliate dei tre tecnici. Con il nuovo regolamento del torneo, che prevede gabbie già definite, per l’Inter ci sono Psv e Feyenoord. Chi augurarsi? 

Visti i playoff, si direbbe che quelli di Rotterdam sono inferiori. Sicuramente è stato il Milan a perdere la qualificazione. Il Psv invece è cresciuto di partita in partita: la Juve gli ha dato una grande mano, con il solito atteggiamento di possesso conservativo e passivo. Infatti, quando i bianconeri hanno attaccato, la storia è cambiata, ma tardi. Domani sarà un sorteggio equilibrato, non c’è una veramente preferibile. Per l’Inter la lezione è chiara: lasciare l’iniziativa ai rivali sarebbe pericolosissimo. Inzaghi non dovrà ripetere gli errori di Conceiçao e Motta.

Inter, cento giorni dopo… Finalmente una settimana “libera” per Barella e compagni

Per la prima volta dallo scorso novembre i nerazzurri non avranno impegni di Champions, Coppa Italia o recuperi. Un’occasione in più per prepararsi al meglio in vista della Juve

Un paio di respiri in più in vista del big match contro la Juventus. L’Inter, rinfrancata dal successo di lunedì con la Fiorentina, è tornata a lavorare ad Appiano con un orizzonte più sereno: per la prima volta da novembre non ci sono turni infrasettimanali, partite di Champions, di Coppa Italia o recuperi. Sarà più “tranquilla”. Il numero dice tutto: sono passati quasi 100 giorni dall’ultima volta. Per la precisione, 98 (al giorno di Juventus-Inter, in programma domenica 16 febbraio). 

L’ultima volta in cui Inzaghi ha lavorato senza dover pensare ad altre partite è stata durante la sosta di novembre, ovviamente con molti giocatori impegnati con le nazionali. L’Inter ha giocato il 10 novembre contro il Napoli e poi è tornata in campo il 23 a Verona, rifilando 5 reti all’Hellas. Da lì un poi c’è stata una lunga scia di impegni: 10 partite di campionato, quattro di Champions, una di Coppa Italia e due di Supercoppa Italiana. Nel mezzo, infine, anche il recupero contro la Fiorentina – giocato lunedì – e quello contro il Bologna dovuto allo slittamento post Supercoppa (15 gennaio, 2-2 a San Siro). Neanche l’ultima settimana ha dato tregua a Inzaghi: dopo il derby del 2 febbraio, infatti, i nerazzurri hanno recuperato la sfida con la Fiorentina e poi hanno giocato di nuovo contro la Viola a San Siro. Dopo i bianconeri Inzaghi avrà un’altra settimana piena prima di incrociare il Genoa (22/2 a San Siro). 

City-Cambiaso, la Juve vuole 80 milioni. Pronto l’assalto ad Hancko, poi altri due difensori

Guardiola vuole l’azzurro, già d’accordo con gli inglesi. Giuntoli a oltranza per ricostruire la difesa bianconera

Gli spifferi di vento si sono trasformati in una tipica tempesta di Manchester. Il City fa sul serio per Andrea Cambiaso e dalle avvisaglie lanciate lunedì è già passato ai fatti. Pep Guardiola vuole il jolly azzurro ad ogni costo.

Così i dirigenti inglesi, dopo i contatti dei giorni scorsi, già nelle prossime ore proveranno a far vacillare la Juve con una offerta scritta da 65 milioni di euro. Tanti soldi. Probabilmente un punto di partenza, non ancora di arrivo.

Il dt Cristiano Giuntoli non vorrebbe privarsi di un titolarissimo a metà stagione se non per una proposta irrinunciabile e fuori mercato. Più vicina agli 80 milioni che ai 70. Una vetta tutt’altro che impossibile per una delle società più ricche del mondo. Alla Continassa ne sono perfettamente consapevoli. E se da un lato, almeno pubblicamente, provano a tenere duro, dall’altra lavorano sottotraccia alla ripartenza. La cessione di Cambiaso non sarebbe indolore, ma tutto ha un prezzo e nel caso Giuntoli avrebbe a disposizione le munizioni per ristrutturare la difesa. A partire da David Hancko, il pallino di Thiago Motta. Il 27enne slovacco è un jolly mancino: un po’ centrale e un po’ terzino sinistro, come Cambiaso. Giuntoli, prima di dare il via libera al City, effettuerà un nuovo tentativo con il Feyenoord.

La Juventus ha iniziato la corsa ad Hancko in ottobre e a novembre, dopo che al grave infortunio di Bremer si è aggiunto quello di Cabal, ha cominciato a cambiare marcia e piani. Inizialmente, Giuntoli e i suoi uomini avevano individuato lo slovacco come il primo dei rinforzi per l’estate 2025. La “maledizione dei crociati” ha cambiato i programmi e da quel momento la Juventus ha allacciato i contatti con il Feyenoord per provare ad anticipare il trasferimento all’inverno. Gli olandesi hanno respinto la Signora e l’idea di costruire un puzzle creativo: il cartellino di Facundo Gonzalez (già in prestito al Feyenoord) e un conguaglio economico per il prestito oneroso con riscatto e assegno finale a luglio. A Rotterdam hanno risposto “no, grazie”. Hancko è il capitano e, in caso di addio, non basterebbe Facundo Gonzalez, che comunque l’altro giorno in Coppa ha sostituito lo slovacco sul centro-sinistra.