Tegola Roma, gli esami confermano la lesione: Pellegrini fermo un mese, ecco le gare che salterà

Il centrocampista si era infortunato in allenamento il 24 dicembre. Gasp contro il Genoa potrebbe arretrare di nuovo Dybala sulla trequarti al fianco di Soulé

Brutte notizie per Gian Piero Gasperini nei giorni di Natale e in vista del Genoa. Lorenzo Pellegrini, infatti, dovrà stare fermo un mese. Il centrocampista giallorosso nell’allenamento alla vigilia di Natale si era fermato per un problema al quadricipite che oggi è stato esaminato con approfondimenti strumentali: confermata una lesione di secondo grado al bicipite femorale sinistro, che costringerà Pellegrini ai box non solo contro i rossoblù dell’ex Daniele De Rossi, ma anche nelle sfide con Atalanta e Lecce quando però a dare una mano potrebbe esserci un Raspadori in più.

In totale potrebbero essere sei o addirittura sette le partite senza Pellegrini per la Roma: Genoa, Atalanta, Lecce, Sassuolo e Torino in campionato, oltre alla sfida contro i granata in Coppa Italia il 13 gennaio. Se tutto filerà liscio, il centrocampista dovrebbe farcela contro il Milan a fine gennaio, o contro l’Udinese a inizio febbraio.

Lorenzo non recupererà quindi in tempo per la sfida a Daniele De Rossi che è stato al suo fianco sia da calciatore (nel 2017-2018) che da allenatore un anno e mezzo fa. Un brutto colpo per Gasperini che contro il Genoa potrebbe arretrare di nuovo Dybala sulla trequarti al fianco di Soulé. Al centro dell’attacco in quel caso si giocherebbero una maglia Baldanzi (favorito) e Dovbyk a meno che Gasperini non decida di dare un’altra chance a Ferguson. Difficile vista la bocciatura pubblica nel post partita contro la Juventus e considerato che l’irlandese è sulla via di ritorno al Brighton. Domani alla ripresa il tecnico riavrà a disposizione anche Hermoso e Bailey.

Roma, l’attacco non è da Champions. Il mirino torna su Zirkzee e Tel: Gasp li aspetta a gennaio

I numeri non mentono e dicono che per puntare al ritorno in Champions League la media gol non è sufficiente. Così Gasp si aspetta due rinforzi già a gennaio.

Due soli tiri in porta, di cui uno “telefonato” di Mancini nel primo tempo e quello finale di Baldanzi. La Roma non costruiva così poco in fase offensiva dal 16 marzo scorso, quando superò il Cagliari per 1-0 con l’unico tiro in porta di Artem Dovbyk. Un rendimento emblematico, per alcuni versi, che riporta d’attualità il problema dell’attacco giallorosso. Problema che sembrava essere quasi risolto dopo le partite dopo Cremonese e Midtjylland, dove i giallorossi avevano segnato in tutto 5 gol in due partite. “La squadra mi sembra abbia svoltato da un certo punto di vista, adesso costruiamo molto di più e anche meglio”, aveva detto Gian Piero Gasperini. La sfida con il Napoli ha minato quelle certezze e riproposto più di un dubbio.

La Roma in campionato ha segnato finora 15 reti in 13 partite, alla media di 1,15 a partita. Troppo poco per sognare, come dimostrano anche i numeri. Lo scorso anno, ad esempio, la Juventus quarta (ultimo posto valido per la Champions) chiuse con 58 gol in 38 partite, alla media di 1,53 a gara. E il Bologna due anni prima (quinto, sempre in Champions) ne segnò 54, alla media di 1,42. Idem tre anni fa, quando tra le prime quattro quella che segnò di meno fu la Lazio con 60 gol (media di 1,58). Insomma, per sognare di tornare in Champions bisogna fare qualcosa in più. Del resto, nei 5 campionati top d’Europa anche adesso non c’è una squadra che segni così poco come i giallorossi tra quelle che competono per la Champions. Tra le prima quattro in Inghilterra quella che ha fatto peggio è l’Aston Villa con 16 gol, in Spagna l’Atletico Madrid con 27, in Bundesliga il Borussia Dortmund con 21 e in Francia in Lens capolista con 24.

“Ho fatto piangere Totti e i tifosi che mi hanno insultato”. L’ultima di Cassano scatena la rabbia a Roma

Le parole dell’ex attaccante su Roma-Samp del 2010 che costò lo scudetto ai giallorossi: “Francesco mi parlò prima della partita e mi fece una battuta… andai via dallo stadio in mutande”. E i romanisti gli danno dell’ingrato.

“Ho fatto piangere Totti e i tifosi della Roma. E ho goduto come un pazzo”. L’ultima cassanata ha fatto infuriare la tifoseria giallorossa che in queste ore sta inondando social e radio di commenti duri verso l’ex talento di Bari Vecchia. Le frasi di Cassano, rilasciate durante la trasmissione Viva El Futbol, riguardano una partita che nella capitale ricordano bene. Si tratta di Roma-Sampdoria finita 1-2  (con doppietta di Pazzini) per i liguri il 25 aprile del 2010. Quella sconfitta ridusse al lumicino le speranze di vincere il quarto scudetto della storia giallorossa dopo un incredibile rimonta sull’Inter di Mourinho. Cassano era la stella della Samp e in giallorosso aveva giocato ben cinque stagioni tra alti e bassi.

“Prima di quella gara il mio amico Vito Scala mi dice che Totti vuole parlarmi – racconta Cassano precisando che il tono di quella conversazione era puramente scherzoso, a livello di sfottò e nient’altro –. Vado dal Pupone che comincia a dirmi che stavamo facendo una grande stagione, mi chiede della famiglia e cose così. Gli dico: arriva il dunque, che vuoi dirmi? Dai, non rompermi il c****”. La seconda parte della narrazione è in crescendo: “E lui mi fa: ah… sai… oggi se eventualmente noi vincessimo la partita, calcola tranquillo che poi le altre tre le vincete. Andate in Champions comunque”. Una battuta che Antonio non prese bene. “Gli risposi – continua Cassano -. Ho capito… Oggi io ti dico che vincerò le ultime quattro partite. Oggi io ti faccio perdere lo scudetto e ti faccio piangere, soprattutto faccio piangere la gente che quando io sono andato via di qua mi ha insultato come un cane. La partita è andata come io volevo. Finita 2-1 per noi”. 

I tre pilastri del Chivu-pensiero: così l’Inter ha imparato a ripartire

La nuova edizione dei nerazzurri costruisce più alta, ha rigenerato due giocatori-chiave e ha blindato la difesa.

Per riassumere quest’Inter va rispolverata una parola che andava di moda qualche anno fa: resilienza. Sta per “capacità di recupero veloce”, “mettersi alle spalle un fallimento” e ripartire.

I nerazzurri hanno afferrato uno per uno i cinque gol incassati a Monaco e li hanno scagliati oltre le siepi, al di là del mare. Il più lontano possibile. L’unico modo per poter mettersi alle spalle il trauma sportivo e guardare oltre Teutoburgo. Chivu è stato chiaro: “Sono fiero di questi ragazzi. Si sono messi alle spalle l’ultima stagione”. Così come lo zero alla voce “titoli”.

E la vittoria con la Roma è figlia del nuovo corso. Il primo concetto è “verticalità”. Il gol di Bonny è nato da un passaggio lungo di un Barella ormai rinato. L’azzurro avrebbe potuto servire Dumfries davanti a lui, cambiare gioco su Dimarco o ridare la sfera ad Akanji. Ha scelto di servire il taglio del francese, bravo a infilarsi nel buco lasciato da una difesa troppo alta. L’Inter costruisce più alta e si nota. Ha alzato il baricentro di circa otto metri rispetto all’anno scorso. I risultati si vedono.

Altri due fari sono i giocatori chiave ormai rinati, su tutti Barella e Dimarco. Il primo ha giganteggiato anche contro la Roma. Al netto dell’assist – il secondo in campionato – ha vinto sette contrasti, recuperato quattro palle sporche, verticalizzato più e più volte. Per lui 52 palloni toccati e 31 passaggi positivi. È un “homo novus”, un calciatore diverso, rigenerato. Quest’anno ha giocato dal 1’ otto partite su nove. È subentrato solo contro lo Slavia Praga. “Siamo sempre stati forti – ha detto a fine gara – avevamo bisogno di ritrovarci. Nessuno meglio di Chivu per la rinascita”. Dimarco avrà pensato lo stesso. La “polemica” a distanza con Inzaghi, reo di averlo fatto uscire spesso dopo un’ora, ha tenuto banco per diversi giorni. Con la Roma ha sforato ancora una volta gli ottanta minuti. È la sesta volta su nove occasioni quest’anno. Anche qui, come per Barella, i risultati sono ben visibili: due reti e tre assist in 9 partite tra campionato e Champions. 

Dovbyk: “Mi pento di non aver tirato il terzo rigore di Roma-Lilla”

L’attaccante della Roma torna sul clamoroso episodio: “Contro il Lilla dovevo andare dal dischetto anche la terza volta, ne sono sicuro”.

Rammaricato sì, ma più per non aver calciato il terzo rigore che per aver sbagliato i primi due. Artem Dovbyk è tornato a parlare di quell’evento, più unico che raro nel calcio. Contro il Lilla, infatti, l’ucraino ha fallito due rigori in uno visto che l’arbitro ha fatto ripetere il tiro dagli undici metri. Poi al terzo tentativo (sempre concesso dal direttore di gara) è arrivato l’errore di Soulè e di conseguenza la sconfitta dei giallorossi in Europa League. “Il mio rimpianto più grande però è non aver provato a tirare il terzo”, ha detto a sorpresa Dovbyk dal ritiro della nazionale ucraina.

“Quello contro il Lilla è stato un momento davvero spiacevole nella mia carriera – ha aggiunto l’attaccante -. Il primo a questo livello per me. Al contrario, la squadra ha sostenuto tutti e il giorno dopo non si è parlato del fatto che non abbiamo segnato tre rigori. Si è analizzato più approfonditamente l’andamento generale della partita. Poiché la partita era difficile, abbiamo giocato in modo non adatto al nostro livello. Poi da solo ho analizzato e pensato al motivo dei due errori”. Già, ma come? “Devo trarre delle conclusioni. Lo farò. L’unica cosa di cui mi pento è di non aver tirato il terzo. Davvero, non scherzo. Una cosa di cui mi dispiace tanto”. I giornalisti ucraini gli chiedono se è convinto che, alla fine, al terzo tentativo (fallito da Soulé) avrebbe fatto centro: “Non lo so se lo avrei segnato, ma è così che stanno le cose, non ha senso parlarne ora. So solo che dovevo andare dal dischetto anche la terza volta, di questo ne sono sicuro”. Il caso dei tre rigori falliti dalla Roma ha fatto il giro del mondo finendo anche sul New York Times e generando una tempesta social di meme e prese in giro. Anche Gasperini aveva ammesso: “Non ho mai visto niente di simile nella mia carriera”

Roma e Lazio, due vittorie d’oro. E anche il ranking sorride

Bel gioco dei giallorossi, biancocelesti di carattere. Shomurodov e Isaksen super

Il calcio è davvero un mistero straordinario e bellissimo. Perché quasi in contemporanea, alla fine di due storie però molto diverse, Roma e Lazio hanno brindato al successo europeo, mandando al tappeto Athletic Bilbao e Viktoria Plzen. La copertina va a Shomurodov e Isaksen, con le loro prodezze che servono anche in chiave ranking per il calcio italiano. Vale doppio, anzi, la vittoria della Roma, arrivata contro gli spagnoli, che rappresentano il nostro primo avversario a livello internazionale. E se l’acuto è arrivato proprio sul filo di lana, non bisogna assolutamente pensare – nel caso della Roma – a un regalo inaspettato quanto gradito. No, la Roma ha meritato e avrebbe meritato anche molto prima di chiudere il conto, giocando meglio del gruppo di Valverde e creando una serie infinita di occasioni.

Una grande opportunità per Dovbyk, una traversa di Dybala: il primo tempo se n’era andato con il rimpianto di non aver ottenuto il giusto. E la rete dell’altro Williams, il fratello maggiore, aveva il gusto e il sapore di una beffa. Anche perché, dall’altra parte, Celik era riuscito a chiudere ogni spazio al giovane Nico. Confermando la bravura del pilota ad ottenere sempre il massimo da ogni singolo calciatore, anche da quelli meno reclamizzati. La Roma – colpita a freddo – ha confermato di essere squadra, di avere qualità tecniche, di avere quell’orgoglio che le ha trasmesso Ranieri, continuando nella sua partita coraggiosa ed elettrica. È andato vicino al gol Baldanzi, poi ci ha pensato Angelino a rimettere in equilibrio il risultato, continuando a macinare gioco ed occasioni. Ma nulla si sarebbe compiuto senza il tocco magico dell’allenatore, che sa quando sganciare gli uomini dalla panchina, magari sorprendendo allo stesso modo con cui aveva mischiato le carte all’inizio. Già, perché nessuno si aspettava che stessero fuori Koné, Pellegrini, Saelemaekers e in pochi credevano che – sostituiti Dovbyk e Dybala – la scintilla sarebbe scoccata ancora una volta con i cambi. È invece successo. E Shomurodov, spinto dai sessantamila dell’Olimpico, si è avvitato nel suo compasso, per poi disegnare un semicerchio ideale per chiudere il due a uno. 

Roma e la maledizione dell’ex: dopo Bove, Lukaku e Zaniolo domenica sarà la volta di Abraham?

Ex scatenati quando scendono in campo contro i giallorossi: ecco i precedenti che ora fanno temere in vista della sfida col Milan

Prima Bove, poi Lukaku e infine Zaniolo. La maledizione del gol dell’ex quest’anno incombe su Trigoria, quasi come una tassa fissa da pagare ad ogni pedaggio giallorosso. Ed ecco anche perché a Roma stanno già facendo un po’ tutti gli scongiuri per la sfida di domenica prossima, quando a San Siro Tammy Abraham incrocerà per la prima volta la Roma da avversario. In tanti sono pronti a scommetterci su, arriverà anche un suo gol, perché poi quando una maledizione diventa tale non c’è tabù che regga. Milan-Roma può essere la controprova, con i tifosi romanisti che sperano di aver già pagato dazio in modo sufficiente. 

Il primo a far gol ai giallorossi quest’anno è stato Edoardo Bove, che tra l’altro con Tammy Abraham ha in comune anche il fatto di essere ancora di proprietà della Roma. Bove segnò in quel Fiorentina-Roma 5-1 dello scorso 27 ottobre, quando dopo aver regalato due assist vincenti a Beltran e Kean mise a segno anche la rete del 4-1, quella che di fatto chiuse i giochi. Poi è arrivato Romelu Lukaku, il 24 novembre. Il belga quest’anno sta andando con il motore a giri ridotti, ma uno dei suoi sei gol (in 17 partite) lo ha segnato proprio ai suoi ex compagni. Ovviamente un gol decisivo, quello che ha deciso l’1-0 a favore della squadra di Antonio Conte. Infine Nicolò Zaniolo, che il 2 dicembre ha chiuso i giochi in Roma-Atalanta 0-2, dopo il gol iniziale di de Roon. Con tanto di esultanza polemica, arrivata dopo il fiume di fischi che avevano accolto in campo l’eroe della notte di Tirana (vittoria della Conference League). E per fortuna che poi è andata meglio con i vari Fabio Borini (nella sfida di Coppa Italia contro la Sampdoria), Andrea Belotti (anche se a Como la Roma è naufragata…) e Matteo Cancellieri (entrato nel finale di Roma-Parma), ma parliamo ovviamente di giocatori di spessore diverso (e situazioni anche differenti) rispetto a chi li ha preceduti. 

Dybala resta a Roma, esplode la gioia dei tifosi sui social: “Ora dategli la numero 10”

Anche gli appassionati vip esaltano la scelta dell’argentino. Gassman: “Un campione”, l’ex premier Conte: “Bella pagina di sport”. Rosella Sensi: “È il potere di Roma”. E a Casal palocco cori e petardi per la moglie Oriana

“Dategli la numero 10”. La decisione clamorosa di Paulo Dybala ha scatenato la tifoseria romanista e fatto partire petizioni inaspettate fino a 24 ore fa. Tra chi si è presentato sotto casa della Joya, chi sta occupando gli ultimi seggiolini rimasti a disposizione per domenica e chi sta riempiendo le bacheche social e le trasmissioni radio. La Dybala mania è riesplosa, come due anni fa quando l’arrivo dell’argentino fu celebrato come una festa al Colosseo Quadrato.

Il no ai 75 milioni arabi non è roba che si vede tutti i giorni, ma non è una novità nella capitale tanto che è scattato subito il paragone col gran rifiuto di Francesco Totti al Real Madrid. “Non posso tradire questi tifosi, non posso”, ha detto Paulo in lacrime alla moglie Oriana prima di prendere la decisione a sorpresa. “Si merita la numero 10, se non lui chi?”, si domandano in tanti su X e Facebook. Ancora di più sono quelli che celebrano il gesto della Joya come un “gesto di rivoluzione”. Di amore incondizionato. 

Sotto al post di Dybala pullulano anche i commenti di tanti vip. Dal “Dajeeee” di Lorella Cuccarini ai cuori di Ultimo, Blanco, Delogu e Gemitaiz passando per tanti ex illustri. “Grande!”, lo esalta Nainggolan. Poi spuntano le emoticon e i like d’affetto di Pjanic, Tiago Pinto, Burdisso e Benatia. Ovviamente non mancano le reazioni dei compagni di squadra. “The show must go one”, il messaggio di Zalewski. “Per chi non lo avesse capito Paulo resta a Roma”, scherza Paredes. Soulé mette una faccina commossa prima di pubblicare una foto insieme alla Joya. Poi i cuori giallo e rosso di capitan Pellegrini, di Abraham, El Shaarawy, Dovbyk e tanti altri. In serata è arrivato anche il messaggio di Giuseppe Conte. 

Dybala lascia la Roma col fiato sospeso: “Premier e Liga? Mi incuriosiscono…”

Il fantasista argentino a The Athletic: “L’Italia mi ha dato tutto e sarebbe difficile lasciarla, però… Il sesto posto? Non sono soddisfatto”

Parole agrodolci che lasciano con il fiato sospeso i tifosi della Roma. Sono quelle di Paulo Dybala a The Athletic in merito alla stagione appena conclusa e soprattutto al futuro della Joya: “Sono in Italia dà quasi 12 anni e sto vivendo un momento incredibile. È difficile per me vedermi lontano dall’Italia perché sono diventato un uomo qui. L’Italia mi ha dato tutto.

Sarebbe difficile lasciare ma ovviamente c’è anche la curiosità di scoprire come potrei comportarmi in campionati importanti come la Liga e la Premier League”. Insomma, Paulo lascia uno spiraglio aperto a un possibile addio. Soprattutto perché lui con la Roma vorrebbe alzare trofei: “A nessuno piace arrivare sesti. Avevamo una squadra per fare meglio di così. Abbiamo giocato molto bene ma alla fine siamo arrivati sesti e non sono soddisfatto. Avremmo potuto fare di più”. E ancora: “Voglio vincere. Sono stato fortunato da aver avuto l’occasione di vincere tutti i trofei. A volte ho vinto e a volte ho perso. Il mio rimpianto è legato alle sconfitte nelle finali europee. Non ho mai vinto una Champions League oppure l’Europa League ma questo resterà il mio obiettivo. Voglio vincere tutto quello che posso con la Roma. Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. 

Nessun problema invece con De Rossi, arrivato al posto di quel Mourinho che era stato la chiave per convincere Dybala ad accettare la Roma: “Adora l’Argentina, è ancora molto legato al Boca Juniors e a quel mondo. Sono sicuro che vorrà tornare lì per allenare. Vediamo cosa accadrà. Spero che lui possa avere una carriera di successo come allenatore e che possa rimanere a lungo in Europa per vincere trofei, costruire grandi squadre e continuare a fare quello che sta facendo.

Roma, Lukaku saluta e Spinazzola è in bilico. Rischiano pure Aouar e Zalewski

Il centravanti costa troppo, il terzino è in scadenza come Rui Patricio. Ai saluti anche Sanches, Huijsen e Kristensen

Con Mourinho c’erano giocatori nella Roma che sembravano oramai segnati, con De Rossi alcune situazioni sono cambiate radicalmente. Resta però il fatto che quello di stasera, nel caso la Roma non dovesse superare il Milan, potrebbe essere l’ultimo ballo europeo per molti a Trigoria, anche perché la Roma è piena di giocatori in prestito. Ad iniziare ovviamente da Romelu Lukaku, il giocatore più “pesante” nell’ottica futura per costi e investimenti. Ma non solo lui, perché poi ce ne saranno altri che lasceranno i colori giallorossi, ad iniziare da Rasmus Kristensen e Dean Huijsen, che però non sono stati neanche inseriti nella lista Uefa e che – quindi – fino al 22 maggio mancheranno a prescindere. Poi il danese tornerà al Leeds e lo spagnolo alla Juventus.

Ma il mirino principale, ovviamente, è puntato proprio su Lukaku, che a giugno tornerà al Chelsea, considerando anche i 43 milioni di euro che chiedono i Blues per il suo cartellino (più l’eventuale ingaggio triennale da corrispondergli in caso di acquisto, per un’operazione totale da quasi 85 milioni). Ecco anche perché il centravanti belga vuole prendere per mano la Roma e portarla fino in fondo, perché questo è l’unico modo per sperare di poter restare ancora nella Capitale. Del resto, poi, l’Europa League è davvero il suo giardino di casa. E non solo per i 7 gol segnati in questa stagione (secondo solo ad Aubameyang del Marsiglia, in vetta alla classifica dei marcatori con 10 reti), ma per i 27 centri realizzati in carriera in questa coppa. Oltre che per i 299 messi a segno in tutto con i club, in attesa del traguardo dei 300 sigilli personali. Ma l’attacco della Roma potrebbe cambiare radicalmente anche per la quasi certa partenza di Azmoun. L’iraniano, ha ripreso ad allenarsi da qualche giorno con il gruppo, ma per il suo riscatto ci vogliono 12,5 milioni di euro. Non pochi, nelle condizioni economiche in cui è la Roma. E poi Nicola Zalewski, che viene da prestazioni deludenti quest’anno e che potrebbe essere sacrificato sull’altare delle plusvalenze necessarie entro il 30 giugno.