Inter, Skriniar operato alla schiena in Francia. “Grazie ai compagni per la qualificazione”

Il Inter comunicato e il post dello slovacco su Instagram: “Mi sono sottoposto a un intervento per poter rientrare in campo il prima possibile”

Dall’Inter arrivano aggiornamenti sulle condizioni di Milan Skriniar, assente nella sfida di mercoledì sera contro il Benfica a San Siro nel ritorno dei quarti di finale di Champions League. Il difensore slovacco – fa sapere il club nerazzurro attraverso un comunicato – “è stato sottoposto nella giornata di ieri a intervento chirurgico endoscopico al rachide lombare presso la “Clinique du Sport” di Merignac”. Nelle prossime settimane il giocatore effettuerà un programma riabilitativo.

L’operazione è stata necessaria visto il perdurare dei problemi alla schiena da un paio di mesi e che lo hanno costretto a saltare sette partite di campionato, la doppia sfida di Champions League contro il Benfica e la semifinale di andata di Coppa Italia contro la Juventus. L’ultima apparizione nella sfida di ritorno degli ottavi di Champions in casa del Porto, quando è entrato in campo all’80’ per Darmian.

“Voglio mandare un abbraccio ai miei compagni e ringraziarli per la bellissima qualificazione alla semifinale di Champions League e rassicurare tutti sulle mie condizioni dopo l’infortunio subito nella partita di andata contro il Porto – ha scritto Skriniar sul proprio account – Instagram dopo l’operazione – Ieri, d’accordo con l’Inter, mi sono sottoposto ad un intervento per poter rientrare in campo il prima possibile. Seguirò una breve riabilitazione per poter riprendere l’attività agonistica” ha aggiunto.

Inter, occhio ai diffidati: Inzaghi e 4 big a rischio squalifica per l’eventuale derby

In caso di ammonizione stasera, Bastoni, Dimarco, Lautaro e Dzeko salterebbero la semifinale. L’anno scorso gli ottavi contro il Liverpool senza Barella.

Raggiungere l’obiettivo per prendersi la nona semifinale di Champions e, possibilmente, mantenere i nervi saldi per evitare brutte sorprese. La missione dei nerazzurri questa sera a San Siro sarà duplice e lo sarà in particolare per quattro degli undici che, con ogni probabilità, scenderanno in campo dall’inizio contro il Benfica per difendere il 2-0 conquistato all’andata.

Il suggestivo derby europeo, il terzo della storia dopo quelli del 2003 e del 2005, è lì a un passo, ma c’è chi rischia di perderselo per un cartellino giallo che comporterebbe una sicura squalifica. Il rischio riguarda i diffidati Bastoni, Dimarco, Lautaro e Dzeko, a cui si aggiunge anche il tecnico Simone Inzaghi. L’imperativo, per tutti, è evitare quanto accaduto la scorsa stagione con Barella, costretto a saltare il doppio confronto degli ottavi contro il Liverpool a causa dell’espulsione rimediata nell’ultima sfida della fase a gruppi contro il Real Madrid (peraltro a qualificazione già acquisita). Perché nessuno vorrebbe perdersi l’eventuale derby europeo, anche fosse semplicemente il primo atto (come invece toccherà al rossonero Tonali in virtù del giallo rimediato a Napoli).

Si tratta di gestire nervi ed emozioni ancora per 90’ e poco più, perché – come da regolamento – i cartellini verranno azzerati per tutti a partire dalle semifinali. Ma, al di là delle imprevedibili dinamiche di gioco, l’imperativo per tutti i diffidati in questione (Inzaghi compreso) sarà quello di non ripetere gli errori e le ingenuità costate quasi la metà dei cartellini rimediati quest’anno in Europa. Il discorso vale per tutti gli osservati speciali di questa sera, nessuno escluso. Vale in primis per il tecnico, che arriva alla sfida di San Siro contro il Benfica con il peso dei cartellini rimediati nel doppio confronto della fase a gruppi contro il Barcellona, con l’evitabile espulsione del Camp Nou per proteste a tempo praticamente scaduto.

Napoli-Milan, è sfida totale. Spalletti-Pioli alla resa dei conti

Questo è Napoli-Milan: qualcosa di storico. Per i giocatori, per i club, per gli allenatori. Il Napoli può approdare per la prima volta in semifinale di Champions League, il Milan può tornarci dopo 16 anni.

Luciano Spalletti e Stefano Pioli possono entrare nel nobile cenacolo dei quattro tecnici che si contenderanno il trofeo più nobile d’Europa e aggiungersi ai colleghi italiani che hanno vissuto una semifinale di Coppa dei Campioni. Non sono tantissimi: 16. Anche questa una schiera eletta di bei nomi: Rocco, Bernardini, Trapattoni, Sacchi, Ranieri, Lippi, Ancelotti, Allegri… Spalletti e Pioli hanno iniziato il mestiere allenando i ragazzi: Luciano a Empoli 30 anni fa, Stefano a Bologna 24. La stessa, lunga, gavetta formativa per arrivare allo scudetto quasi insieme, il milanista un anno fa, il napoletano tra poco. Uno solo, stanotte, assurgerà a una dimensione internazionale diversa.

Al primo incrocio, nel settembre 2006, Pioli (Parma) ne prese quattro in casa da Spalletti (Roma). E per la successiva decina di sfide, Luciano è stato un tabù. Ma di recente il milanista ha aggiustato le statistiche, con la vittoria-scudetto di Giroud al Maradona e le due in questo mese. Il 2 aprile ha restituito l’antico 4-0 a domicilio, in campionato; il 12 ha vinto per 1-0 l’andata dei quarti di Champions League a San Siro che condiziona il partitone di stasera. Alla vigilia, Spalletti e Pioli sembravano due casalinghe che rovistavano nel cestone dei capi scontati: ognuno tirava su la statistica che serviva. Il Napoli, che deve fare gol, è la squadra che ne ha segnati di più in questa Champions: 25 come il Manchester City del fenomenale Haaland; ritrova il capocannoniere della Serie A, Osimhen (21 gol in 24 partite), e ha in Kvaratskhelia il terzo assistman del torneo, dietro a Vinicius (Real) e Cancelo (Bayern). Il Napoli, che deve vincere, viene da 12 risultati utili interni e, in questa edizione, ha vinto al Maradona quattro volte su quattro, con almeno tre gol a partita.

Inter-Lukaku: è finita! Addio prestito-bis, il club già a caccia del sostituto

Troppi i 20 milioni investiti nel 2022-23 tra prestito al Chelsea e ingaggio al calciatore: la dirigenza valuta i parametri zero Firmino e Thuram o l’acquisto di Retegui

È metà aprile, la stagione dell’Inter balla ancora tra il film in bianco e nero o uno in 5K, ovvero tutto e il contrario di tutto. Ma la società ha l’obbligo di guardare avanti e programmare già il futuro. E il futuro dell’Inter sarà senza Romelu Lukaku. Il belga tornerà al Chelsea per fine prestito. E il club di Zhang non ha intenzione di negoziarne un altro, perché i 20 milioni lordi spesi per riportarlo a Milano non sono andati di pari passo con le prestazioni.

Però l’Inter ha bisogno di fare i conti già oggi, anche senza sapere con precisione quale competizione europea giocherà la prossima stagione. Ma il discorso di Lukaku va persino oltre. Perché anche la prossima estate il club nerazzurro avrà l’obbligo di ridurre il monte ingaggi, che oggi dice complessivamente 132 milioni lordi. Con il costo di Lukaku, tra milioni spesi per il prestito e ingaggio, l’idea è metter dentro un altro calciatore. Magari più giovane e di prospettiva. Di sicuro di proprietà. Anche per non ripetere l’errore commesso la scorsa estate con Paulo Dybala, che al netto del discorso puramente tecnico avrebbe rappresentato un patrimonio economico da inserire nell’Inter. Lukaku non può esserlo oggi. E non potrebbe esserlo neppure domani, visto che l’eventuale permanenza nella migliore delle ipotesi sarebbe comunque legata a un rinnovo del prestito.

Chi al posto di Lukaku? L’Inter sta sondando il mercato. Si è informata su Roberto Firmino, che lascerà il Liverpool e che deve ancora decidere in quale campionato proseguire la sua carriera. L’Inter ha incontrato i suoi nuovi agenti per ben due volte, la corsa è complicata, ma Marotta e Ausilio non si sentono ancora fuorigioco. Dove invece pensano di aver conquistato la pole position è su Mateo Retegui, il nuovo centravanti della Nazionale.

Rosso a Lukaku in Coppa Italia: l’Inter fa ricorso. E quel precedente di Muntari

Il club nerazzurro chiederà alla Corte Sportiva d’Appello di cancellare il secondo giallo ricevuto dopo l’esultanza nella semifinale contro la Juve

L’Inter fa ricorso contro la squalifica di una giornata in Coppa Italia comminata a Romelu Lukaku, il doppio giallo sventolato in faccia all’attaccante belga dall’arbitro Massa nell’andata della semifinale alla Stadium contro la Juventus. Il club di viale della Liberazione sosterrà che l’esultanza dopo aver trasformato il calcio di rigore dell’1-1 contro i bianconeri, è la classica esultanza che il bomber belga fa dopo ogni rete. Era stata la stessa, per esempio, dopo il gol con la maglia del Belgio. Ed è stata la stessa dopo il 2-0, sempre su rigore, sul campo del Benfica. Ecco perché il club di viale della Liberazione chiederà alla Corte Sportiva d’Appello di cancellare il secondo giallo del 4 aprile all’Allianz Stadium e di consentire a Big Rom di disputare la sfida di ritorno di mercoledì 26 a San Siro.

Dopo il rigore dell’1-1 a Torino Lukaku aveva esultato facendo il gesto del saluto militare e mettendosi il dito indice davanti alla botta. In precedenza era già stato “beccato” dalla curva dello Stadium, offeso con buu razzisti (di qui il provvedimento di chiusura del settore del Giudice Sportivo contro il quale la Juventus si è appellata ottenendo la sospensione), e dopo aver visto la palla entrare, quella sua esultanza aveva alzato ancora di più la temperature all’interno dell’impianto con nuovi insulti dagli spalti e la reazione di Cuadrado e di altri giocatori. In quel momento nessuno ha capito che l’intento di Lukaku non era provocatorio, ma che si trattava solo di un’esultanza che adesso, tra parentesi, tanti in tutto il mondo ripetono. Diversi personaggi del mondo del calcio si sono schierati dalla sua parte chiedendo la cancellazione del secondo giallo per dare un esempio. In passato, nel maggio 2007, a Muntari era stata tolta la squalifica assegnata sul campo del Cagliari in seguito alle sue proteste per cori razzisti. Succederà la stessa cosa?

Una squadra nella squadra: i segreti del gruppo portieri Juve

Gerarchie chiare e uomini spogliatoio, il legame umano e il livello degli allenamenti, il ruolo di Pinsoglio e quello di Filippi: così la staffetta tra Szczesny e Perin dà sicurezza ad Allegri e a tutto il gruppo

C’è un forte senso di appartenenza, tra i portieri della Juventus. Una squadra nella squadra, anima e motore di un gruppo che in questa stagione si è aggrappato spesso agli interventi risolutivi dell’ultimo difendente in campo. Aver fatto la “differenza” alla lunga si è rivelato il modo migliore per ottenere risultati migliori: le gerarchie sono chiare tra Szczesny e Perin, rispettivamente primo e secondo, e forse anche per questo le prestazioni di entrambi a un certo punto si sono compattate al punto di poter essere percepite allo stesso modo. Pinsoglio completa il reparto: lui unisce e alleggerisce, consapevole del suo ruolo di terzo.

Di forte impatto come il loro contribuito stagionale: che sia sceso in campo l’uno o l’altro, quest’anno la Juve ha trovato grande sicurezza nel proprio portiere. Perin si è fatto trovare sempre pronto: contro lo Sporting è stato doppiamente protagonista sul finale (anche Szczesny lo era stato in avvio di gara) e a fine gara ha rivolto il primo pensiero al compagno, che ha chiesto il cambio per qualche attimo di paura a causa di una tachicardia improvvisa (gli esami lo hanno poi tranquillizzato, gli ulteriori accertamenti di queste ore sono in via precauzionale: l’allarme è rientrato subito).

Chi tiene il reparto dei portieri in mano è Claudio Filippi, tra gli storici della Continassa. Il tecnico romano arrivò con Gigi Delneri dal Chievo nel primo anno dell’era Andrea Agnelli, successivamente venne trattenuto per scelta di Beppe Marotta e Fabio Paratici.

Lukaku, dischetto verde: com’è diventato uno dei migliori rigoristi al mondo

Big Rom ha trasformato tutti i 19 rigori calciati all’Inter, gli ultimi pesantissimi contro Juve e Benfica. E pensare che nel 2013 condannò i Blues nella Supercoppa contro il Bayern.

In casa Inter non ci sarà più un caso Spezia. Si può stare certi. Lautaro non si prenderà più il pallone per calciare dal dischetto con Lukaku impotente, come successo al Picco poco più di un mese fa. La leadership del Toro era all’apice – nella partita precedente, contro il Lecce, era uscito dal campo dalla parte opposta rispetto alla panchina e si era preso l’ovazione della Nord durante la passerella – mentre il belga veniva dal rigore ripetuto contro l’Udinese, dopo esser stato ipnotizzato da Silvestri. L’argentino ha sbagliato quel penalty, nel finale Lukaku ha segnato dagli undici metri. Juve e Benfica l’hanno confermato: Big Rom, dal dischetto, è una sentenza. All’Inter è infallibile: 19 su 19.

Dopo Spezia-Inter ci si chiedeva chi fosse il rigorista dei nerazzurri. Simone Inzaghi, nel post partita, ha tagliato corto: “Sono entrambi rigoristi”.

Lukaku non fallisce un penalty dal 2017. Sembra una routine: si ingobbisce, si avvicina alla palla a corti e rapidi passi, poi allunga e colpisce. Contro l’Udinese era andata male, ma la percentuale non è stata macchiata: penalty ripetuto e gol. A Torino e a Lisbona, il belga ha segnato due rigori pesantissimi dalla panchina, in un ruolo da 12° uomo – come contro il Porto nell’andata degli ottavi – che in una certa misura sta facendo suo. Le gerarchie in attacco sono ancora da definire, quella del rigorista è chiarissima. Poi, magari, capiterà che Lukaku donerà il pallone a un compagno come accaduto nel 2019 al giovane Sebastiano Esposito contro il Genoa. L’attaccante campano ha così potuto segnare il primo gol in Serie A a 17 anni. Il 20enne Romelu si era invece trovato a calciare un rigore pesantissimo, quello decisivo nella Supercoppa europea tra Bayern e Chelsea. Lo ha sbagliato e ha condannato Mourinho. Oggi Romelu è tra i migliori rigoristi al mondo.

La lezione di Inzaghi a Lisbona: il palleggio che ha mandato in crisi Schmidt

Possesso palla ragionato e poi ripartenze: i nerazzurri hanno battuto il Benfica al Da Luz prima sedandolo e poi frustrandolo.

Sopire e troncare, Simone Inzaghi ha depotenziato il Benfica con una strategia manzoniana. Della partita di ieri sera al Da Luz si temeva molto l’aggressività subitanea del Benfica.

Ci si aspettava che i rossi di Roger Schmidt avrebbero azzannato l’Inter dal primo minuto con pressioni e ripartenze alte, in modo tale da affannarli, stordirli e colpirli. Per 45 minuti l’Inter ha però studiato e applicato la contromisura, un palleggio meditato, preciso, neppure velocissimo. Una circolazione di palla che ha devitalizzato e frustrato il pressing di riconquista di Roger Schmidt, il gegenpressing brevettato da Jurgen Klopp e fonte di ispirazione per molti allenatori di lingua tedesca, specie per quelli passati da Lipsia e Salisburgo.

Il dato complessivo sul possesso ci parla di un predominio benfiquista: 68,2% contro 31,8%, perché nella ripresa la partita è stata diversa. Nel primo tempo però il possesso se l’è preso l’Inter, 51,8% contro il 48,2% dei portoghesi ed è in questa fase che Inzaghi ha gettato le fondamenta della vittoria. La disputa sul possesso la conosciamo, c’è chi lo ritiene inutile ai fini della valutazione e della comprensione di un match. Sono posizioni estreme, assolutiste. In realtà il possesso può essere un’arma di seduzione e di sedazione. Il vecchio e un po’ paradossale assioma di Nils Liedholm – “Se la palla ce l’abbiamo noi, non ce l’hanno loro, e se noi riuscissimo a tenerla per 90 minuti, loro non segnerebbero mai” – conserva una ragione d’essere e la prima frazione interista al Da Luz lo dimostra. Con una costruzione dal basso neppure troppo rischiosa e con un palleggio riflessivo a salire, l’Inter per 45 minuti ha fatto girare a vuoto il Benfica, ne ha frustrato le pressioni e ne ha minimizzato i rischi. La squadra di Schmidt ha perso i riferimenti e i collegamenti. Gonçalo Ramos, il temutissimo centravanti, si è scoperto isolato, nelle fauci di Acerbi. Rafa Silva si muoveva come al solito su tutto il fronte della trequarti, però non era connesso con i compagni. Joao Mario sulla destra stressava Dimarco, ma interagiva né con Rafa Silva né con Ramos.

Benfica agitato dalle sirene di mercato: il Bayern punta Gonçalo Ramos

Il caso Gonçalo Ramos agita il Benfica a poche ore dalla sfida di Champions con l’Inter. Ieri Sky Germania ha lanciato l’indiscrezione di un interessamento del Bayern Monaco per il 21enne centravanti portoghese, uno dei giocatori di punta della squadra di Lisbona. In realtà il club bavarese avrebbe individuato in Kolo Muani, francese dell’Eintracht Francoforte, la prima scelta per rinforzare l’attacco, ma la trattativa non pare semplice e Ramos rappresenta l’alternativa giovane e di grande futuro.

Secondo la ricostruzione di Sky Germania, il Bayern avrebbe stanziato 100 milioni di euro per l’acquisto di un attaccante di peso. Tra le opzioni, anche Harry Kane del Tottenham e Victor Osimhen del Napoli, ma la candidatura di Ramos è in crescita e turba l’ambiente del Benfica a poche ore dall’andata dei quarti di finale con l’Inter. Il Benfica è una fabbrica di plusvalenze sane. Scova potenziali giocatori forti, li lancia ad alto livello e li rivende a cifre iperboliche. A fine gennaio ha ceduto il centrocampista argentino Enzo Fernandez al Chelsea per 121 milioni di euro, il trasferimento più costoso nella storia della Premier League. Ramos è già arrivato a 25 gol in stagione, tre dei quali in Champions.

Ieri in conferenza stampa ha tranquillizzato i tifosi “benfiquisti”, ma fino a un certo punto: “La mia volontà è quella di rimanere al Benfica. Sul rinnovo di contratto (in scadenza nel 2025, ndr) non ho molto da dire, la priorità assoluta spetta alla partita contro l’Inter. La sconfitta contro il Porto in campionato non ci condizionerà. Quando vinciamo, non festeggiamo per una settimana e quando perdiamo, non ci maceriamo nei dubbi”.

Gol, assist, tenuta fisica: che Juve sarebbe stata con Dybala

Paulo alla Roma è in forma, ha segnato più di qualsiasi altro bianconero, sarebbe stato a suo agio negli schemi di Allegri e della sua presenza avrebbero beneficiato tanti altri.

Paulo Dybala e Dusan Vlahovic seduti al centro dell’Allianz Stadium, con la Joya in lacrime che cercava di godersi gli ultimi istanti della sua vecchia casa e il nuovo simbolo della Signora che cercava di consolarlo.

Un anno fa la Juventus scelse di lasciare andare via a zero Dybala, facendo dietrofront dopo le promesse di rinnovo con un lungo contratto. Versione confermata anche dal recente interrogatorio di Luca Ferrari, il legale del giocatore, nell’ambito dell’inchiesta Prisma (il calciatore deve ancora avere circa 3 milioni per gli stipendi posticipati causa Covid nel 2020-21). Era tutto fatto, ma a marzo il club si tirò indietro.

L’investimento preventivato per Dybala (4 anni di contratto a 10 milioni euro a stagione, bonus compresi) è stato infatti dirottato su Paul Pogba, erede della maglia numero 10, che però finora è stato un oggetto misterioso: solo pochi spezzoni di partita per il francese e un lungo calvario dopo l’infortunio al ginocchio di fine luglio. Perciò è lecito domandarsi come sarebbe stata la Juventus di questa stagione con un Dybala in più, alla luce dei suoi numeri e di quelli degli altri attaccanti della rosa.

Paulo ama ispirare oltre che segnare ma alla Roma è spesso costretto a fare tutto da solo, visto il momento difficile degli altri attaccanti. Nel 3-5-2 di Allegri sarebbe stato perfetto alle spalle di Dusan o con Milik perché nel ruolo di rifinitore si trova più a suo agio rispetto a Di Maria. Quanto alla continuità, in questa stagione ha saltato 9 partite per infortunio, una in meno di Vlahovic e 2 rispetto a Di Maria.