Ora sì che Yildiz è un vero 10. Gol e linguaccia grazie alla… “nuova energia” di Tudor

Il turco è tornato a segnare, non succedeva da 77 giorni, dal derby dell’11 gennaio. E adesso è davvero al centro del progetto bianconero

Yildiz ritrova il sorriso e lo restituisce alla Signora. Se non è un segno del destino, è qualcosa di molto simile. L’era Thiago Motta si è chiusa a Firenze con Kenan in panchina anche dopo il 3-0 dei viola.

Quella di Igor Tudor si apre con una magia del numero 10 lanciato verso la porta da un rimpallo vincente di Dusan Vlahovic, il manifesto dei bianconeri finiti nell’angolo con la precedente gestione. Il mondo capovolto in meno di una settimana. Merito di Yildiz, rimesso al centro della Juventus. Dieci di nome e di fatto.

Kenan, dopo mesi vissuti con i piedi sulla linea laterale, contro il Genoa è tornato a danzare nelle zone di campo che preferisce. Più trequartista che ala. Meno confini da rispettare e più libertà d’azione per scatenare fantasia e genialità. Il gol è un po’ lo spot del calcio di Yildiz, mix di determinazione tedesca (come la madre) ed estro turco (come il papà).

L’ex Bayern ha puntato l’area con cattiveria e poi l’istinto gli ha suggerito una giocata un po’ da calcio di strada e un po’ da PlayStation: dribbling secco e diagonale di destro sotto l’incrocio. “Uno dei miei gol più belli – sottolinea il numero 10 a fine partita – ma spero di farne anche dei normali. Sì, è stato importante anche Tudor a inizio azione… Ringrazio Motta, ha fatto quello che poteva. Siamo contenti e siamo un bel gruppo, Tudor ha portato molta energia”. Yildiz ha esultato a braccia aperte, sommerso dai compagni, e l’Allianz Stadium è andato in delirio. 

Milan, Emerson e gli altri: spendere non fa rima con… vincere

Acquisti sì, risultati no: i rossoneri hanno sborsato 110 milioni in cartellini per passare dal secondo al nono posto in classifica.

Quasi 110 milioni di euro in cartellini per passare dal secondo al nono posto in classifica. Il Milan non ha badato a spese nelle ultime due sessioni di mercato, ma i risultati non hanno poi premiato tanta generosità. Alcune scelte sono state sbagliate, a dirlo è stato soprattutto il campo. E, indirettamente, pure la stessa società rossonera.

Emerson Royal era arrivato in estate per 13,5 milioni e, prima del brutto infortunio patito nei primi minuti della gara di Champions contro il Girona a gennaio, era già in odore di partenza. L’ex terzino del Tottenham doveva essere il nuovo proprietario della fascia destra, ma il Milan in inverno ha sfruttato l’occasione Walker anche perché il rendimento del brasiliano non convinceva fino in fondo.

A luglio si pensava di aver trovato l’erede di Giroud in Alvaro Morata – per cui, oltre i 13 milioni della clausola per liberarlo dall’Atletico Madrid, il Diavolo si era fatto carico di un ingaggio importante -, salvo poi cambiare piani sul finire del mercato di riparazione: via lo spagnolo (in prestito al Galatasaray) e maxi spesa per Santiago Gimenez, diventato così l’acquisto più caro dell’era RedBird. Sono 28,5 i milioni finiti nelle casse del Feyenoord che, ironia della sorte, è stato meno di un mese dopo la squadra carnefice del Milan nel playoff di Champions League. Il destino ama farsi beffe del rosso e il nero di recente.

In estate Zlatan Ibrahimovic aveva parlato di innesti per completare una rosa che andava solamente rifinita. Oltre ai già citati Emerson Royal e Morata, erano sbarcati a Milano pure Pavlovic, Fofana e Abraham. Il difensore serbo ha alternato momenti esaltanti a periodi di down, entrando e uscendo dalla formazione titolare un po’ come tutti gli altri centrali della rosa. Fofana, dopo una prima parte di stagione positiva, è parso in calo soprattutto dal punto di vista fisico. Mentre Abraham, in prestito dalla Roma, è costato comunque il (momentaneo) sacrificio di Saelemaekers, che nella Capitale si è imposto più di quanto abbia fatto l’inglese all’ombra del Duomo.

Juve e Milan, crisi diverse ma stessa confusione. È ora di pensare al futuro

Entrambe le società devono scegliere l’allenatore giusto per ricostruire. E al Diavolo serve urgentemente un direttore sportivo. Lo scorso giugno, a distanza di ventiquattr’ore uno dall’altra, Milan e Juventus annunciavano i loro nuovi allenatori, ai quali avevano affidato un progetto a lunga scadenza: sia Paulo Fonseca che Thiago Motta avevano firmato un contratto di tre anni. A fine marzo, il piatto piange: Fonseca è stato esonerato dopo 7 mesi, Motta dopo 9, l’addio si è consumato più o meno a un quarto del cammino.

È la legge dei grandi club dove il tempo è relativo e dove tutto dipende sempre e comunque dai risultati, certo, ma questa volta, per analizzare a fondo i problemi di Juve e Milan, non possiamo fermarci qui. Perché se per due squadre che hanno fatto la storia del calcio italiano e mondiale, giocare la prossima Champions equivale a una vittoria, allora c’è qualcosa che non va. E se i due allenatori subentrati, Conceiçao e Tudor, sono con molte probabilità destinati a salutare alla fine della stagione, allora siamo oltre la “semplice” annata storta.

Da entrambe le parti si sono verificati errori da non ripetere, con responsabilità da sottolineare e, in alcuni casi, anche da individuare. Penso al Milan, dove tutto mi sembra complicato: la catena di comando, esattamente, qual è? Se l’allenatore scelto a inizio stagione finisce per non convincere, se le strategie di mercato non hanno funzionato, dovrebbe essere possibile individuare una figura dirigenziale che quei giocatori e quell’allenatore li ha scelti, invece in casa rossonera non è ancora chiaro chi fa cosa. Ibrahimovic non è un dirigente ma un advisor della proprietà, eppure tempo fa ha detto che il boss è lui e che comanda lui. Tuttavia, le gerarchie nella scelta del nuovo ds sembrano andare in un’altra direzione, con l’ad Furlani in prima fila. Persino i tifosi sono in confusione, non sanno a chi dare davvero la colpa per una stagione che rischia seriamente di chiudersi senza un posto nella Champions che verrà.

Juve, vendere Cambiaso per ripagare l’esonero di Motta. Ma Giuntoli ha anche un piano B.

La cessione a giugno dell’azzurro (City e Liverpool su di lui) servirebbe a compensare i costi extra per il licenziamento dell’ex tecnico. Altrimenti, ci sono due big che rischiano.

L’esonero di Thiago Motta rischia di pagarlo (per primo) Andrea Cambiaso. Nessun regolamento di conti personale, ma di bilancio. Tutto ha un prezzo, anche nel calcio, e il cambio in corsa del tecnico italo-brasiliano non è indolore per le casse della Signora.

A meno di una nuova ricapitalizzazione di Exor, la cassaforte del club bianconero, la Juventus dovrà trovare sul mercato la spesa extra accantonata a bilancio dopo il divorzio dall’ex allenatore e dal suo staff. Ballano una trentina di milioni tra i 13-14 lordi di Motta (contratto fino al 2027) e la somma analoga che i vertici bianconeri avevano già messo in preventivo di dover incassare per contenere le perdite al 30 giugno intorno ai 32 milioni. In attesa di capire se John Elkann aprirà nuovamente il portafoglio – sono in corso riflessioni – il dt Cristiano Giuntoli è costretto a lavorare sulla strada più complicata: quella di compensare l’addio di Thiago racimolando una trentina di milioni di plusvalenze già a giugno, nella finestra istituita dalla Fifa poco prima dell’inizio del Mondiale per Club. Il maggior indiziato è Cambiaso, già vicinissimo al trasloco nei mesi scorsi e valutato intorno ai 60 milioni. 

A gennaio il terzino jolly è stato a un passo dal Manchester City, a lungo in pressing su precisa indicazione di Pep Guardiola. Alla fine la fumata bianca non è arrivata e Cambiaso è rimasto a Torino. I Citizens avevano messo in preventivo una sessantina di milioni per l’ex genoano e, stando a quanto filtra dai salotti della Premier, non hanno cambiato idea. Stavolta la Juventus sembra obbligata non solo ad aprire la porta, ma a spalancarla proprio. Questione di bilancio e di conti da mettere in ordine. Giuntoli, anche se a fatica visti gli infortuni in difesa, probabilmente non si sarebbe opposto già in inverno.

A giugno l’assegno del City sarebbe “benedetto” e in quel caso Cambiaso rischierebbe di sfidare subito la Juventus nel girone del Mondiale per Club.

Ora la Juve riparte da Vlahovic: cosa gli ha chiesto Tudor. Sarà tridente con Yildiz e Kolo Muani

Gol per la Champions e un ritorno da protagonista: Dusan tornerà al centro della Juve in questo finale di stagione in cui il nuovo tecnico si aspetta tanto anche dal turco e dal francese.

Nove è il numero che Dusan Vlahovic porta sulle spalle, il centravanti prima spolpato e poi accantonato che il nuovo tecnico vuole rilanciare e che nel 2022 incoronò come il migliore della Serie A. Sarà la prima mossa per dare la scossa ma non l’unica del sergente di ferro della Signora, che ripartirà da concetti semplici ma essenziali: solidità in difesa e concretezza in fase offensiva.

«Osimhen? No, per me l’attaccante più forte del campionato è Vlahovic», sentenziò Tudor durante una conferenza stampa quando era l’allenatore del Verona. Chissà se Dusan avrà sentito queste parole e se per presentarsi nella maniera migliore al nuovo allenatore abbia scelto proprio il giorno dell’annuncio ufficiale per tornare a segnare con la Serbia due anni dopo l’ultima volta (27 marzo 2023 contro il Montenegro). DV9 è tornato a sorridere e oggi si presenterà alla Continassa con il volto meno corrucciato, sapendo che avrà più chance di giocare dall’inizio. Motta utilizzava una punta sola e aveva scelto Randal Kolo Muani, arrivato nel mercato di gennaio dal Psg, relegando Vlahovic al ruolo di comparsa.

Tudor ripartirà dalla difesa a tre e dalla solidità difensiva, ovvero quello che la società aveva chiesto a Motta nell’ultimo periodo. Fino al tracollo contro l’Atalanta la Signora aveva la miglior difesa del campionato e bisogna assolutamente ritrovare l’equilibrio che fino a quel momento le aveva consentito di subire pochi gol, nonostante il precoce infortunio di Gleison Bremer, il migliore del reparto.

In carriera Tudor ha utilizzato sia il 3-4-2-1 sia il 3-4-1-2, sistemi di gioco che possono essere applicabili entrambi alla Juventus, in base agli uomini e alle situazioni.  Eppure con il Cagliari (ultima apparizione nell’undici titolare in campionato) aveva segnato e con suoi 14 centri è per distacco il miglior marcatore di Madama (al secondo posto Kenan Yildiz e Timothy Weah con meno della metà dei gol, 6).

Per una sera il Milan rivede il portiere scudetto: Maignan eroe di Francia, due rigori parati

Mike decide la sfida con la Croazia dal dischetto. Con il Milan, ne ha parati solo 4 su 22 e viene da due stagioni negative. Ora l’incognita rinnovo.

“Sauveur” scrive L’Equipe e la traduzione viene da sé: salvatore. Mike Maignan è la foto di copertina della Francia qualificata alle semifinali di Nations League. All’andata, in Croazia, MM ha parato un rigore a Kramaric, uno di quei rigori furbi, calciati lenti e centrali, contando che il portiere si butti a destra o a sinistra. Maignan si è tuffato, sì, ma è riuscito a deviare con un piede. Al ritorno, ieri sera, ha parato due rigori nella serie finale, uno a Baturina, l’altro a Stanisic, entrambi scegliendo di andare a sinistra. Il primo, soprattutto, non semplice. “È importante occupare molto spazio in porta – ha detto Mike alla fine -. Nella gara di andata avevo i laser in faccia, i miei compagni di squadra sono entrati in area e questo ha dato fastidio al rigorista. Sta tutto nella testa, negli occhi, è un duello uno contro uno”.

Maignan così torna sui giornali per le parate dopo una stagione sotto le aspettative, sotto il suo livello. Ha sbagliato tante volte, ha fatto errori pesanti, grossolani, qualche volta pesanti e grossolani insieme. Uno su tutti? Forse il tuffo verso destra sul tiro di Paixao nell’andata del playoff Champions, in Olanda contro il Feyenoord. Sembra un paradosso: nella stagione in cui è diventato capitano del Milan, Maignan ha proseguito nella sua traiettoria verso il basso, iniziata nel 2023. Negli ultimi due anni è stato il fratello del portiere dello scudetto.

Il 2023 torna nei ricordi anche quando si parla di rigori. Mike ne parò uno fondamentale a Kvaratskhelia nel ritorno dei quarti di Champions e quella parata, assieme alla fuga per la vittoria alla Gullit di Leao al San Paolo, fu il marchio sulla qualificazione. Da allora, ne ha presi pochi. Con il Milan, nessuno per un anno e mezzo, fino al folle Fiorentina-Milan di ottobre, con gli errori di Theo, di Abraham e di Moise Kean.

“Gli Stati Uniti possono vincere il Mondiale”: ora pure Trump mette pressione a Pulisic

Il fantasista rossonero è passato dai problemi al Milan a quelli degli Usa, eliminati da Panama in semifinale di Concacaf Nations League. Pochettino ha rivelato la richiesta del presidente.

Chiedere per informazioni a Christian Pulisic (e a Yunus Musah), che magari era volato negli Stati Uniti con l’idea di staccare almeno qualche giorno dalle turbolenze rossonere e respirare un po’ d’aria fresca in nazionale.

Finita perché gli Usa, di cui Christian è capitano e icona globale, sono andati al tappeto contro Panama nelle semifinali – a gara unica – della Concacaf Nations League. Addio finale, ci sarà solo la sgradevole appendice di quella per il 3° posto. In casa, di fronte agli sguardi allibiti dei 70mila del SoFi Stadium di Inglewood (California), gli uomini di Pochettino sono caduti al minuto numero 94, confermando il pessimo momento storico della nazionale a stelle e strisce, reduce dall’eliminazione dello scorso giugno in Coppa America già alla fase a gironi. Anche quella volta, tra l’altro, Panama era stata uno dei giustizieri.

Adesso pure Pochettino è nella bufera, anche perché considerati il suo curriculum e la sua esperienza, tutto il mondo calcistico americano esige da lui risultati concreti. Soprattutto per un motivo: l’anno prossimo gli Stati Uniti, assieme a Canada e Messico, ospiteranno il Mondiale, l’obiettivo è ovviamente fare la figura migliore possibile, e se queste sono le premesse c’è da preoccuparsi parecchio. Le critiche, che non risparmiano nessuno, sono feroci. E così Pochettino ha tirato in ballo direttamente il presidente Trump.  

Pressione che, va da sé, risulterà amplificata per chi indossa la fascia di capitano come Pulisic. Il Mondiale però arriverà al termine della stagione ’25-26 e l’auspicio dell’universo rossonero è che la prossima annata sia priva degli stenti vissuti in quella attuale. Pulisic è uno dei pochissimi rossoneri a garantire un rendimento eccellente, non risente delle problematiche collettive e ha già messo a segno 15 gol stagionali (più 7 assist), che lo rendono il capocannoniere della squadra e gli hanno già permesso di eguagliare il bottino personale migliore di sempre (col Milan dell’anno scorso).

Segna, fa sponde e punge in area: come gioca Castro e come lo userebbe l’Inter

Il centravanti del Bologna è l’obiettivo numero uno per l’attacco di Inzaghi. Simile a Lautaro nei numeri, ma non chiamatelo “Lautarito”

Santiago Castro è un serpente a sonagli. Se ne sta calmo e tranquillo ai piedi della torre degli Asinelli e poi punge quando meno te lo aspetti. Il Torito gioca d’istinto, di ‘pancia’, di garra, schiaffeggiando i difensori.

All’Inter piace per questo, ma guai a paragonarlo a Lautaro facendo leva sul suo soprannome, “Lautarito”: “All’inizio mi piaceva, ma io sono Castro”. Il profilo su cui i nerazzurri sono pronti a investire: il Bologna chiede almeno 40 milioni, lui ha già detto sì al progetto Inter. Nei prossimi mesi le parti parleranno fitto fitto.

Il Castro giocatore è una puntura continua. Svolazza al centro dell’area e ti fa male all’improvviso. Uno dei gol che lo inquadra meglio si è visto in un’amichevole estiva con l’Asteras Tripolis. Dopo una decina di minuti ha raccolto un cross di Orsolini a centro area, ha difeso il pallone con il corpo, si è girato in un pugno di secondi e ha calciato col sinistro. Il preludio di ciò che avremmo visto nei mesi successivi. Castro ha segnato 8 gol in 28 partite in Serie A. Fin qui Italiano l’ha lasciato in panchina solo una volta, nella sfida di Champions contro il Benfica.

La sua heat map ci dice che è un giocatore duttile, mobile, capace di presidiare l’area ma anche di andarsi a prendere il pallone per amministrare il gioco. Rispetto a Lautaro – protagonista quest’anno con 11 gol in campionato – ha una percentuale di conversione in rete delle occasioni in gol del 47%. Il capitano dell’Inter raggiunge il 35%, Thuram il 50%. Rispetto a loro, però, tira meno in porta: la media stagionale è di 1,74 conclusioni a partita. Quella del 10 nerazzurro è 3, mentre Tikus lo supera di poco (1,89). Un altro dato che accomuna tutti e tre è quello relativo ai duelli vinti, che sfiora i tre a partita. Il manifesto di come la “garra” sia una caratteristica per giocare nell’Inter. Uno dei soprannomi di Castro è “la locomotora”. Traduzione intuibile. In estate potrebbe ripartire. Destinazione, San Siro. 

L’Inter ci prova e tenta Castro: in estate arriva un altro argentino per Inzaghi

Fra la punta del Bologna e Lautaro in nazionale è cresciuto il feeling. I nerazzurri si preparano già a trattare per l’estate: per il Bologna costa 40 milioni, ma c’è la carta Fabbian.

Da idolo a compagno, il passaggio è rapido come un lampo. Ancor prima di arrivare in Italia, da stellina del Velez, Santiago Castro guardava a a Milano con lo sguardo ammirato di un fan: se Lautaro era un Toro fatto e finito, lui voleva essere un Torito. Studiava come incornare i difensori alla stessa maniera dell’interista.

Arrivato a Bologna l’anno scorso, il rapporto a distanza si è fatto amicizia: a Santiago servivano consigli per muoversi in un Paese e un campionato nuovi. Messaggio dopo messaggio, gol dopo gol, è cresciuta pure la voglia di giocare assieme, in nazionale e non solo. L’Albiceleste è la naturale casa comune della coppia, e questo paio di giorni insieme in ritiro è stato solo il primo assaggio di convivenza, ma in futuro i due centravanti potrebbero ritrovarsi gomito a gomito anche in nerazzurro.

Castro tenta sempre di più l’Inter, che ha già messo in conto di fare un investimento in attacco dopo il Mondiale per Club. Sull’argomento la società ha gerarchie abbastanza chiare: osserva con interesse la crescita di Lorenzo Lucca a Udine, ma il preferito della lista resta pur sempre il bolognese che qualche veggente in patria ha già battezzato Lautarito. Proprio il capitano di Simone Inzaghi è l’attrattore più potente per il connazionale, pronto al salto triplo di carriera (e di guadagno). Santiago a Milano verrebbe anche a piedi, e pazienza se davanti a lui troverebbe quel monumento chiamato ThuLa: è un mausoleo che, almeno nel breve, nessuno potrebbe mai spostare. 

Raccontano che Castro sia ben più maturo dei suoi 20 anni e stia già programmando una carriera di successo, ben sapendo che ad Appiano potrebbe crescere ancora. Intanto, nel poco tempo insieme, i due argentini hanno iniziato a parlare vis a vis, poi il nerazzurro ha dovuto lasciare il compagno: ci si rivedrà d’estate, questa per il bolognese era soltanto la prima di tante convocazioni di Scaloni.

La Roma cerca il vice Dybala per l’assalto Champions

Il capitano ha 9 partite per riprendersi la scena. Matias è in crescita, ha la fiducia di Ranieri. Poi ci sono El Shaarawy, Baldanzi e Saelemaekers.

Pellegrini o Soulé, a chi toccherà dei due? L’eredità è pesante ed è quella di Paulo Dybala, l’uomo di maggior qualità della Roma, quello a cui i giallorossi dovranno rinunciare da qui ad almeno metà aprile (ma forse anche più in là). Lecce, Juventus e Lazio sono le partite che l’argentino salterà sicuramente, la speranza è di riaverlo per la gara contro il Verona, del 19 aprile. Ma anche quella è a rischio e forse pure quella in casa dell’Inter, del 27. Perché l’infortunio è delicato (lesione al tendine semitendinoso della coscia sinistra), bisognerà andarci cauti. E Paulo, subito dopo, dovrà anche ritrovare forma e ritmo partita. Insomma, se dovesse tornare a regime per il rush finale sarebbe già una bella notizia. Nel frattempo, però, bisognerà sostituirlo e i giocatori che possono farlo nel modo migliore sono sostanzialmente due: Lorenzo Pellegrini e Matias Soulé, quelli con il maggior estro e fantasia. 

Teoricamente, almeno sulla carta, toccherebbe proprio a Pellegrini adesso prendere le redini della Roma, considerando che per qualità tecnica è il giocatore più forte della Roma, subito dopo Dybala. E le cose migliori negli ultimi anni Pellegrini le ha fatte proprio quando non c’era la Joya. Mancano nove partite e per lui possono essere tutte finali, quelle che possono cambiare il suo futuro a Roma e nella Roma. Nove partite per riprendersi la squadra e cancellare l’immagine di un giocatore al ribasso. Pellegrini probabilmente avrebbe giocato anche contro il Cagliari, se non ci si fosse messa di mezzo la febbre. Adesso può riprendersi lo scettro e cercare di regalare alla Roma quei gol e quegli assist di cui ha bisogno Ranieri per dare il definitivo assalto alla Champions League, traguardo anche solo impensabile fino a novembre scorso. Ranieri in Pellegrini ci crede, perché sa quello che può dare. E il capitano ha voglia di rivincita, anche per rimpinguare quei numeri che ci dicono che finora, in questa stagione, ha piazzato solo 3 gol e 3 assist in 30 partite. Troppo poco per uno del suo livello.