Spalletti ha un piano per recuperare Koopmeiners: in ballo 51 milioni e il futuro

Il nuovo tecnico della Juve vuole cucire addosso all’olandese il ruolo perfetto: promossa l’invenzione di Cremona, ora serve continuità.

La scommessa più grande di Luciano Spalletti e della sua Juventus vale la bellezza di 51 milioni. Un all-in su un giocatore in particolare, quello che né Motta né Tudor hanno saputo far rendere al meglio. Dopo l’esordio con vittoria a Cremona dell’allenatore di Certaldo i riflettori sono di nuovo tutti puntati su Teun Koopmeiners, stavolta però la luce Oranje non è il solito segnale di allarme, ma la spia di una nuova intuizione di Spalletti. E di un nuovo cambio di ruolo dell’olandese, adesso difensore. 

Spalletti la sua mossa l’ha fatta, ora sta a Koop riprendersi la Juve e capitalizzare al massimo questo sesto spostamento. Il campo l’ha girato tutto: ha fatto il trequartista, la mezzala e il falso 9 con Motta; con Tudor si è visto largo a destra alle spalle dell’attaccante e mediano nei due di centrocampo; Spalletti l’ha proposto come centrale di sinistra nella difesa a tre. Ha indietreggiato ancora, deve re-inventarsi un’altra volta in questa che sembra tanto un’ultima chiamata per evitare il definitivo bollino del fallimento. “Può giocare dietro, l’ha già fatto”, la sintesi spallettiana della prima grande rivoluzione della sua gestione.

E, sì, Koop in quella posizione non è una novità ma bisogna andare a rivedere alcune partite con la nazionale oppure tornare al suo periodo olandese, quando agli inizi con l’Az Alkmaar ha giocato lì in 38 occasioni. Resta comunque un’innovazione e una primizia per la Serie A perché nessuno, da Gasperini a Tudor, l’aveva mai ipotizzato o impiegato da difensore. Il campionato l’ha battezzato in questo nuovo/vecchio ruolo, la Champions League dovrà confermarlo.

Domani allo Stadium, contro i portoghesi dello Sporting, Spalletti si aspetta continuità da parte di un Koop che, contro la Cremonese, col nuovo abito da difensore ha regalato una partita di spessore. Anche se Spalletti ha ammesso che era allo stesso tempo “un messaggio alla squadra: si va a giocare e non a difendere”. 

Leggero, insicuro, già con le valigie in mano: Diouf, un mistero da 25 milioni

Il centrocampista francese, arrivato al posto di Koné, non trova spazio nell’Inter: fin qui solo 26′ a babbo morto, conditi da svarioni. E a gennaio potrebbe salutare per far spazio a Frendrup.

Leggero, timido, insicuro. Nonché per distacco il meno impiegato tra i nuovi acquisti dell’Inter, penultimo in generale in tutta la rosa nerazzurra sul piano del minutaggio con il solo Darmian (peraltro infortunato da parecchio) meno utilizzato di lui. Per riassumere l’Andy Diouf interista dopo i primi mesi trascorsi a Milano, basterebbero due parole: oggetto misterioso. Il francese è stato uno dei nuovi arrivi estivi da 25 milioni di euro (bonus più-bonus meno, come Bonny e Luis Henrique), ma indubbiamente è quello che più sta deludendo le aspettative. Soprattutto considerando che dalle parti di Appiano si è presentato una volta conclusa la telenovela Manu Koné: per progetti della società e disegno tattico del nuovo tecnico, ci si aspettava un centrocampista di rottura, dominante, capace di spaccare il ritmo nel mezzo, recuperare palla e ribaltare azioni difensive sull’altro lato del campo. Invece, dopo una trattativa condotta da Piero Ausilio, è arrivato Diouf. 

Difficile capire di che tipologia di centrocampista si tratti, avendo il francese giocato 26′ appena sui più di 1080 (minuti di recupero esclusi…) a disposizione. Le occasioni fin qui non sono state certamente molte, ma di altrettanto certo c’è che nei – pochi – minuti avuti a disposizione, il francese abbia dato l’impressione di essere un corpo esterno. Leggero, distratto. Diouf è subentrato all’esordio in campionato contro il Torino ma subito ha lasciato il segno in negativo con due svarioni da matita rossa, e pure un mesetto e mezzo scarso più tardi, in una partita in discesa come quella con la Cremonese in cui è entrato sul 4-0, ha ridato le stesse impressioni. Ma quindi, dove sta il problema?

Sbuffa, è nervoso e segna poco: Lautaro, in A non va. Tutto come l’anno scorso, quando arriva la svolta

L’argentino ha realizzato solo 3 reti nelle prime 9 giornate di campionato e anche contro la Fiorentina non è apparso sereno. In Champions tutto cambia e Chivu ha un piano per recuperare il vero Toro.

Cristian Chivu l’ha tenuto in campo per 89′, sperando di raccogliere dai piedi di Lautaro Martinez un gol o almeno un sorriso. Risultato? Non è arrivato né l’uno né l’altro. Anzi, peggio. Perché mercoledì scorso contro la Fiorentina il capitano nerazzurro ha confermato di vivere un momento complesso quantomeno sotto porta. Raramente pericoloso, spesso sconsolato, sempre nervoso. 

È vero che da un assist dell’argentino è nato lo splendido raddoppio costruito da Sucic, ma i gol segnati dal capitano nerazzurro nelle prime 9 giornate di campionato (giocate tutte da titolare, eccezion fatta per la sfida di San Siro contro il Sassuolo in cui è subentrato per l’ultima mezz’ora) sono soltanto… 3. Decisamente pochi per uno come Lautaro, che nel tempo ha abituato a numeri ben diversi. Numeri da Champions, per dire, competizione in cui Lautaro torna Toro. In Europa, infatti, si contano più gol (3) che presenze (2). Ma in Serie A il linguaggio del corpo dell’attaccante interista parla chiaro: sbraccia, sbuffa, come sempre lotta per la squadra ma non riesce a raccogliere quello che in periodi diversi rispetto ad oggi gli verrebbe naturale. Questione di tempo e di momenti.

Chivu lo sa bene e infatti a Lautaro non rinuncia mai, neppure dopo i lunghi viaggi intercontinentali che caratterizzano ogni sosta nazionali del Toro, che oggi paga anche un po’ di fatica eccessiva.

L’avvio di stagione, lo scorso anno, era stato maledettamente simile a quello attuale: affaticato dopo un’estate in cui ha rimbalzato qua e là per il mondo (nel 2024 “causa” Coppa America, l’estate scorsa al Mondiale per Club in America al termine di una stagione estenuante), pochi gol nelle prime giornate di campionato, un po’ meglio in Champions League, sempre determinante con l’Argentina.

La grinta ritrovata e tre giocatori rilanciati: cosa ha detto la prima Juve del dopo Tudor

Tanti segnali anche positivi per Spalletti. La squadra è tornata a lottare e a cercare il gol del raddoppio e per Cambiaso, Kostic e Openda può essere iniziata una nuova stagione

Tre gol tutti insieme della Juve, allo Stadium, non si festeggiavano da 43 giorni. E addirittura, i tifosi bianconeri 11 tiri in porta in una sola partita non li avevano mai visti in questa stagione. Neanche nelle abbuffate contro Borussia Dortmund e Inter, che parevano aver spinto la squadra di Tudor verso grandi traguardi e che, invece, erano stati gli ultimi fuochi d’artificio prima della fine della festa. Sembra passata una vita, perché 46 giorni senza vincere in casa bianconera assomigliano a un’eternità, ma gli applausi di soddisfazione del popolo bianconero al termine della sfida contro l’Udinese hanno il sapore di un’emozione che sembrava dimenticata. Quella del successo, certo, che è l’unica cosa che conta da queste parti, ma pure quella di aver osservato una squadra che non si è abbattuta e che ha rimesso in campo quello spirito aggressivo che ne ha sempre contraddistinto la storia. Quella cattiveria che ha sempre fatto parte del dna bianconero. Chiaro, una vittoria non significa che la crisi sia definitivamente alle spalle, ma i segnali arrivati dal match contro i friulani avranno fatto piacere anche a Luciano Spalletti.

“Troverà un gruppo unito e pronto a dare il 120%”, è il messaggio recapitato da Gatti al prossimo tecnico juventino, che fa eco a quello di Vlahovic. La grinta ritrovata è certamente l’aspetto da cui il nuovo allenatore potrà ripartire: la Juve è tornata a lottare su tutti i palloni, è stata veemente nel cercare il raddoppio dopo il rigore-lampo del serbo e, al di là dello sbandamento a inizio ripresa per il pari di Zaniolo di fine primo tempo, non si è mai disunita. È sembrato, insomma, di aver riavvolto il nastro improvvisamente ai migliori momenti della breve era Tudor, prima che la crisi di risultati facesse perdere tutte le certezze ai calciatori juventini. 

Inter, emergenza in porta. Chi sono Calligaris e Taho, i giovani promossi in prima squadra

Con Martinez fermo dopo il tragico incidente e Di Gennaro infortunato, Chivu si affida ai portieri cresciuti nel vivaio.

I due ragazzini sono chiamati a tenersi pronti: non si sa mai. Josep Martinez non sarà disponibile per almeno un paio di partite. Lo spagnolo ha investito con l’auto un uomo di 81 anni - morto sul colpo – e tornerà ad allenarsi la prossima settimana. È ancora sotto shock. Salterà Fiorentina, Verona e probabilmente anche la sfida di Champions contro il Kairat Almaty. La società gli ha messo a disposizione uno psicologo per aiutarlo, ma nel frattempo il calendario scorre e l’Inter deve tenersi pronta: dietro Sommer ci saranno il ventenne Alessandro Calligaris – già aggregato alla prima squadra da un paio di settimane a causa dell’infortunio del terzo portiere Raffaele Di Gennaro – e il diciottenne Alain Thao. 

Calligaris, 2005, nato e cresciuto a Udine, difende i pali dell’Inter Under 23 in Serie C. L’anno scorso ha vinto da titolare il campionato primavera. In stagione ha collezionato otto presenze tra i professionisti blindando la porta in due occasioni. Ha saltato solo le prime due sfide contro Novara e Pro Patria e il debutto in Coppa Italia Serie C contro il Lumezzane. Non ha preso parte neanche alla sfida col Renate poiché impegnato con la prima squadra. L’anno scorso ha collezionato 13 clean sheet in 33 partite in tutte le competizioni. L’avevamo intervistato dopo un Inter-Bayern Monaco in Youth League, quando parò il rigore decisivo. “Non me n’ero neanche accorto”, raccontò. Come Donnarumma all’Europeo 2021. Per lui anche 21 panchine in prima squadra. Chivu se l’è portato al Mondiale per Club. 

Dopo il ko di Di Gennaro, Calligaris è diventato il terzo portiere. Ma ciò che è successo a Martinez ha cambiato i piani. Il portiere numero tre sarà Alain Taho, titolare della Primavera di Benito Carbone: quest’anno ha totalizzato cinque presenze in campionato, tre in Youth League e una in Supercoppa contro il Cagliari, dove ha parato il rigore di Liteta. Decisivo: l’Inter ha vinto il trofeo anche grazie a lui. Classe 2007, 18 anni, è nato il giorno dopo un Inter-Empoli vinto 3-1 con gol di Stankovic, Recoba e Cruz.

Spalletti-Juve, affare di famiglia: nel club troverebbe il figlio Federico, osservatore bianconero dal 2024

Il tecnico incontrerà la dirigenza Juve: in caso di accordo, a Torino, troverebbe il figlio, che lavora in società da oltre un anno.

La Juve potrebbe diventare presto un affare di famiglia, in casa Spalletti. Luciano in queste ore incontrerà Comolli per condividere il progetto tecnico: nel caso di accordo per sedere sulla panchina bianconera, ritroverebbe a Torino il figlio, Federico, che fa già parte del gruppo degli osservatori del club. Era stato Giuntoli ad assumere Spalletti jr alla Juve nel 2024, sfilandolo all’Udinese: pur essendo giovane (classe 1995) si tratta di un collaboratore molto valido, che si occupa in particolare di settore giovanile.

Federico Spalletti ha lavorato in passato anche nei quadri tecnici della Federcalcio e mai la sua attività si è sviluppata a stretto contatto col papà, come potrebbe avvenire invece alla Juve, considerato che tra le sue skills c’è anche quella di saper studiare bene le squadre avversarie. Anche se lo scout toscano, che parla ben cinque lingue, ha mostrato in più circostanze di avere buon intuito nella scoperta dei talenti e potrebbe semplicemente portare avanti la sua attività a Vinovo, in attesa del nuovo ds.

Risentimento muscolare: l’Inter perde Mkhitaryan sino a dicembre, addio derby

Il centrocampista armeno si è sottoposto agli esami strumentali dopo l’infortunio di Napoli: il problema riguarda il “semitendinoso” dell’arto. Salterà la sfida con il Milan del 23 novembre, altre 4 gare di campionato e due di Champions

Henrikh Mkhitaryan si è sottoposto questa mattina ad accertamenti clinici e strumentali presso l’Istituto Humanitas di Rozzano. Gli esami hanno evidenziato un risentimento muscolare al semitendinoso della coscia sinistra. La sua situazione sarà valutata la settimana prossima”. Gli esami, dunque, confermano la serietà dell’infortunio patito dall’armeno nella sfida contro il Napoli.

Pur non mancando le alternative nella rosa nerazzurra (Zielinski, ad esempio, che gli è subentrato al Maradona), il tecnico Cristian Chivu dovrà rinunciare al centrocampista almeno per un mese. Potrebbe tornare a disposizione all’inizio di dicembre. Nel dettaglio, salterà almeno sette gare in totale. Cinque di campionato compreso il derby del 23 novembre (Fiorentina, Verona, Lazio, Milan e Pisa) e due di Champions (Kairat e Atletico Madrid). Al momoento dovrebbe tornare in campo nella sfida di Coppa Italia col Venezia (3 dicembre) oppure in campionato tre giorni più tardi con il Como.

Singoli disorientati, reparto traballante: Inter, è di nuovo allarme in difesa

Al Maradona il reparto si è mostrato fragile. Acerbi disorientato, anche Akanji fuori giri.

C’è un problema in difesa. Di nuovo. L’Inter ha collassato nel sistema e nei singoli, concedendo due gol puerili al Napoli che hanno scavato, definitivo, il fossato della differenza. E ora deve contare i danni del vuoto, che per Chivu pesa molto più del rigore contestato da Marotta.

È stato certamente bravo Conte a piazzare Neres nella posizione di centravanti, togliendo preziosi riferimenti ad Acerbi. Ma la volata centrale di McTominay, liberato da un lancio apparentemente innocuo di Spinazzola, appartiene alla categoria degli errori imperdonabili. E che dire del 3-1 di Anguissa, che si è infilato centralmente senza trovare alcuna opposizione prima di spostare il pallone e calciarlo dietro alle spalle di Sommer? È raro osservare azioni così in Serie A, tanto più nelle partite d’élite.

Il passo indietro, al di là della bravura degli avversari, è preoccupante perché risveglia i tentennamenti di inizio stagione. Questa squadra è abbastanza solida, oltre che forte quando ha la palla tra i piedi? È giusto sottolineare che l’Inter veniva da una serie di sette vittorie consecutive tra campionato e Champions nelle quali aveva concesso appena 2 reti. Ma anche nelle settimane del filotto non era sembrata impeccabile difensivamente: a Bruxelles contro il Saint-Gilloise qualche avvisaglia sinistra di un cedimento si era avvertita, nei primi venti minuti che Sommer e la sbadataggine altrui avevano cancellato; a Roma, quando il guizzo di Bonny era bastato per vidimare la vittoria, per buona parte del secondo tempo l’Inter aveva sofferto la pressione avversaria, tanto da suggerire a Chivu di chiudere con Frattesi in attacco accanto a Pio Esposito per proteggere il vantaggio.

“Sogno l’azzurro”: chi è Luciano Valente, stellina del Feyenoord, e perché Gattuso può chiamarlo

Centrocampista offensivo classe 2003, padre italiano e madre olandese, ha giocato per l’Italia fino all’Under 20 per poi scegliere l’Olanda, e ora punta a un nuovo dietrofront. Van Persie, il suo allenatore: “È un giocatore speciale” Luciano Valente merita un attimo di attenzione. 

È un centrocampista del 2003, nato da padre italiano e madre olandese, e nella notte ha parlato con i giornalisti olandesi di una possibile convocazione di Gattuso. In Italia sembra strano, in Olanda molto meno, perché Valente sta giocando un’ottima stagione con il Feyenoord.

Le sue frasi, riportate dal Telegraaf: “Se la nazionale italiana mi chiamasse prima di quella olandese, lo prenderei in considerazione. Il mio sogno è diventare un calciatore della nazionale. Potrei farlo con l’Olanda, ma se il commissario tecnico dell’Italia mi chiamasse prima, lo prenderei sicuramente in considerazione”. Un messaggio chiaro alla Figc.

Valente in federazione è conosciuto perché ha giocato in azzurro fino all’Under 20 e per l’Under 21 ha scelto l’Olanda. Un derby che terminerà con la scelta di Gattuso o del c.t. olandese Koeman, che pare non abbia intenzione di chiamarlo nemmeno per la sosta di novembre. In Olanda il tema è sensibile, perché la nazionale ha già perso Dean Huijsen, che ha abbandonato la maglia arancione dopo le giovanili per giocare con la Spagna a livello Under 21 e assoluto. Scelta simile a quella dell’ex Roma Salah-Eddine, che ha appena cambiato nazionale: dall’Olanda al Marocco.

Valente nella notte ha spiegato la situazione: “Dopo l’Europeo con l’Under 21 non ho più avuto contatti con la federazione olandese. Vedo altri giocatori del Feyenoord partire per le nazionali e allora la cosa mi sembra più vicina, ma non penso: ‘Devo essere convocato’”. Il suo sponsor principale è il suo allenatore, Robin van Persie: “Sapevo che Luciano era bravo quando l’abbiamo acquistato dal Groningen, ma ora sta diventando un giocatore fantastico. Ha intuito, è dotato tecnicamente, fa passaggi decisivi e ha una grande voglia di migliorare. Per me è già un giocatore speciale”.

Yildiz spento, Vlahovic spuntato, Openda non c’è: Juve, l’attacco non segna più

L’attaccante serbo: “Il gol arriverà. Il contratto non c’entra. Quanto ripenserò a quell’azione? Devo dimenticare in fretta, la Lazio è alle porte…”

Un attacco spuntato non può colorare la notte di Madrid. Ed è quello che è accaduto nell’incrocio più delicato: la Juve ha dato un segnale, si è mossa come deve fare una squadra, non ha mai dato la sensazione di vacillare senza appello davanti ai fuoriserie di Xabi Alonso. Poi, palla là davanti e patatrac.

Ci ha provato Yildiz, il meno colpevole per ciò che ha e che sta dimostrando in questa avventura: zero dribbling da applausi, zero piroette o verticalizzazioni alla “dieci”, un tiro annunciato tra le braccia di Courtois. Ci ha messo del suo Vlahovic: lo scatto a recuperare terreno su Militao è da sprinter, la corsa palla al piede anche, la conclusione in linea con il comune denominatore dell’anno. “Cosa gli ho detto? Rimarrà tra di noi… ma so che quell’azione gli rimarrà dentro a lungo”, così Di Gregorio dalla porta. Aveva fatto ciò che è più difficile fare, Dusan: ha sbandato in ciò che poteva non fare perché Courtois è un portiere nobile, ma se ti presenti davanti a lui in una notte così è un peccato ingombrante non prenderti la scena e il gol. Yildiz più Vlahovic più Openda: quest’ultimo, forse, si è macchiato della sbandata più pesante perché sui titoli di coda e perché se avesse fatto il suo compito fino in fondo, il belga arrivato sui titoli di coda del mercato avrebbe battuto il colpo più inaspettato. 

A Madrid va così: aspetti il momento, ma se, poi, il momento ti sfugge in mano non ti resta niente. La Juve, pronti via, aveva dato le risposte che Igor Tudor chiedeva e cercava: personalità e coraggio. Personalità e coraggio, ma, poi, la mira sballata: Yildiz ha steccato con la fascia al braccio, se non l’avesse fatto, ora, staremmo qui ad aggiornare la sua e la storia bianconera.